Per gentile concessione di Harper
Collins Italia pubblichiamo in anteprima un brano dal libro di
Aldo Cazzullo, ‘Francesco. Il Primo Italiano’ che esce il 16
settembre in occasione dell’ottavo centenario della morte di San
Francesco.
Ecco il brano:
“Francesco sovverte l’ordine costituito. Rifiuta gerarchie
sociali al tempo rigidissime. Rifiuta la guerra. Si ribella ai
rapporti di forza. Rompe con il monachesimo dell’alto Medioevo,
segnato dalla separazione dal mondo, scegliendo di stare in
mezzo alla società. Porta nel cristianesimo la letteratura
cortese dei cavalieri e delle dame, e il folclore popolare degli
animali saggi che parlano con gli uomini.
Ma il francescanesimo può anche essere considerato reazionario.
Nel tempo delle università, rifiuta i libri. Nel tempo delle
banche, della mercatura, della borghesia, all’alba insomma del
capitalismo moderno, rifiuta il denaro.
A secoli di distanza, possiamo chiederci quale sia stato l’esito
di quella rivoluzione, e di quella reazione. All’apparenza,
Francesco ha fallito. Il denaro non è mai stato così importante.
La finanza prevale sul lavoro. E fenomeni imponenti come la
globalizzazione non hanno posto fine alle guerre, anzi.
Certo, Francesco non era un leader politico. Ma il suo progetto
di rinascita spirituale finiva per diventare anche un progetto
di trasformazione della società. Del potere politico Francesco
diffidava profondamente. Meglio essere governati che governare:
“La cura delle anime dovrebbero prenderla soltanto quelli che
non cercano nulla per sé”, e “non badano all’applauso dei
sudditi ma al loro bene”; non coloro che cercano il potere, ma
coloro che lo temono; coloro che, se hanno il potere, invece di
gloriarsi, si sentono umiliati, e se lo perdono se ne
rallegrano.
Francesco credeva in quella che oggi definiremmo non violenza.
Più ancora: nella sottomissione volontaria di ogni uomo
all’altro. Un’autentica sfida all’ordine sociale di una società
fortemente gerarchizzata come quella del suo tempo. E anche oggi
la disuguaglianza tra gli uomini aumenta in modo impressionante,
tra chi accumula ricchezze che non riusciamo neanche a contare e
a immaginare, e chi non ha il necessario per mangiare e curarsi.
Francesco diceva: “Ciascuno riceva la sua mercede non secondo la
sua autorità, ma secondo il suo lavoro”. Il salario non dovrebbe
dipendere dal rango, ma dal merito. Esattamente il contrario di
quel che accade oggi. Ho conosciuto manager fallimentari, che
hanno fatto perdere un sacco di soldi alla società che
amministravano, congedati con decine di milioni di euro, cifre
cento volte più alte di quelle incassate in tutta la vita da
dipendenti che avevano ben meritato. Non si paga il lavoro; si
paga lo status, il rango, l'”auctoritas” per usare il lessico di
Francesco.
Eppure non possiamo certo dire che Francesco abbia fallito.
Francesco è anzi considerato uno dei più grandi uomini mai
esistiti. Una delle guide dell’umanità. Forse perché più siamo
diversi dal suo insegnamento, più ci manca. Più ci allontaniamo
da lui, più ne sentiamo nostalgia.
Alla fine, il nocciolo del francescanesimo, il “sugo di tutta la
storia”, non è solo la povertà, non è solo l’amore. È l’idea che
nessuno si salva da solo. Ognuno si salva con il resto
dell’umanità e della creazione. Ci si salva salvando gli altri e
salvando il mondo. E il modello che Francesco indica non è al
vertice, è al fondo della scala sociale: sono gli umili, i
deboli, i malati, coloro che non hanno nulla. Mentre le fonti di
inimicizia, di guerra, di odio tra gli uomini sono proprio il
denaro, la proprietà, il potere, le disuguaglianze eccessive.
Per questo, nessuna epoca della storia è più propizia di questa
per capire e mettere in pratica il senso della vita di
Francesco. Ora che la specie umana è in pericolo, per la
proliferazione nucleare, le guerre che infuriano, il cambiamento
climatico che solo gli stolti accecati dall’ideologia possono
ancora negare.
Ma la visione di Francesco non è punitiva. Francesco ama il
prossimo. Ama la creazione. Non considera nemico nessun essere
umano, nessuna creatura di Dio. Raccomanda che i suoi frati “non
dicano male di nessuno, non mormorino, non calunnino gli altri…
E siano modesti, mostrando ognuno la più grande mansuetudine
verso tutti gli uomini; non giudichino e non condannino”.
Scrive Jacques Le Goff: “Francesco è l’unico personaggio
cristiano, sul modello di Gesù e dopo di lui, ad aver giocato un
tale ruolo nella cristianità occidentale”. Come ci siamo detti
all’inizio, un uomo così nasce ogni mille anni. E il culto di
Francesco non è il culto di una personalità carismatica,
miracolosa, taumaturgica. È la devozione a un uomo che riassume
in sé milioni di uomini. Avendo scelto di essere il più povero
dei poveri, il più umile degli umili, “sottomesso a tutti”, è
diventato l’incarnazione di un ideale. Matteo, Marco,
Luca, Giovanni hanno scritto il Vangelo; Francesco l’ha portato
nella storia.
Che un uomo simile sia nato, vissuto e morto nel nostro Paese,
abbia scritto la prima poesia nella nostra lingua, abbia
inventato il presepe, abbia accolto le donne trattandole da pari
a pari, abbia insegnato il rispetto per i bambini, abbia
rifiutato ogni violenza e ogni prepotenza, abbia preparato la
strada a Giotto, a Dante, al Rinascimento, abbia ispirato
religiosi, esploratori, scienziati, scrittori di ogni epoca e di
ogni Paese, dovrebbe renderci, se non migliori, almeno più
consapevoli di noi stessi e della responsabilità, oltre che
della fortuna, di essere suoi compatrioti. Italiani come lui”.
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