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    Home»Breaking News»Non è guerra a Gaza, ma aggressione di una dittatura militare contro un popolo senza diritti
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    Non è guerra a Gaza, ma aggressione di una dittatura militare contro un popolo senza diritti

    admin5698By admin569813 Settembre 2025Nessun commento4 Minuti di lettura
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    "Non è guerra a Gaza, ma aggressione di una dittatura militare contro un popolo senza diritti"
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    Al Circo Massimo, alla Festa del Fatto Quotidiano in corso fino a domenica 14 settembre, Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati dal 2022, ha preso la parola in un incontro molto atteso. Giurista internazionale, da anni impegnata a denunciare le violazioni dei diritti umani in Palestina, Albanese ha ribadito la centralità del diritto come ultimo argine prima della violenza.

    “Grazie di essere qui nonostante la calura e grazie al Fatto Quotidiano, non solo dell’invito ma anche per rimanere un punto di resistenza per l’informazione corretta”, ha esordito, spiegando poi le ragioni del suo incarico Onu: “Dal primo maggio 2022 sto servendo, pro bono, le Nazioni Unite come esperto tecnico a cui è stato richiesto di monitorare, documentare e fare relazione sulle violazioni del diritto internazionale commesse da Israele nei territori occupati”.

    Il cuore dell’intervento è stato dedicato al linguaggio usato per raccontare Gaza. “Già parlare di guerra contro Gaza non è corretto. Ci sono state operazioni nel 2008, nel 2012, nel 2014, poi le proteste represse nel 2018 e ancora nel 2021, nel 2022. Abbiamo sbagliato a chiamarle guerre, perché è un’anomalia”. Il diritto, ha aggiunto, non è solo un insieme di norme ma di parole: “Non si può fare la guerra nei confronti della popolazione occupata. Nel momento in cui si fa si entra in un’altra categoria che è quella dell’aggressione, che si riconosca o no lo Stato di Palestina”.

    Albanese non ha evitato di affrontare la questione degli attacchi di Hamas. “Ho riconosciuto l’orrore e lo sgomento dinanzi ai crimini commessi il 7 ottobre, che andavano investigati e giudicati. Ma non ci siamo arrivati dal niente. Soltanto durante il mio mandato, dal 1 maggio 2022 al 6 ottobre 2023, erano stati uccisi 460 palestinesi. E a Gaza, nelle cosiddette guerre precedenti, oltre 5mila”. Poi un passaggio drammatico: “Se dovessimo stare in silenzio un minuto per ogni bambino ucciso a Gaza negli ultimi 700 giorni, dovremmo restare in silenzio due settimane, notte e giorno”.

    La giurista ha denunciato l’inerzia delle istituzioni internazionali: “Dinanzi a questa brutalità non si reagisce con le contromisure previste dal diritto: fermare trasferimenti e acquisti di armi, sospendere gli accordi commerciali. È un obbligo degli Stati”. E ha definito Israele nei territori occupati “una dittatura militare che ha governato 5 milioni di persone attraverso ordini scritti da soldati e rivisti da corti militari composte da soldati”.

    Dal luglio 2025, Francesca Albanese è finita nella lista nera degli Stati Uniti. “Vorrei non essere la notizia. Credo che la cosa più importante sia continuare a parlare di Gaza. Ma le sanzioni significano non poter entrare negli Stati Uniti, e per chi ha legami personali o familiari lì, come mia figlia, nata negli Usa, anche rischiare pene pecuniarie o persino l’arresto fino a 20 anni di carcere. L’obiettivo è intimidire, isolare, congelare chi denuncia”.

    Con fermezza, Albanese ha ribadito la parola più dura: “Quello che mi è valso le sanzioni è stato il mio sesto rapporto, in cui ho denunciato il genocidio. Il diritto è l’ultimo argine pacifico prima della violenza e per questo mi batto. I genocidi accadono perché non ce ne frega niente”.
    Il riferimento alla memoria storica è stato diretto: “Non è vero che l’Olocausto è successo di nascosto. Lo sapevamo. Noi in Italia abbiamo pure passato le leggi razziali e c’è qualche politico senza morale né etica che ancora oggi propone di intitolare strade e piazze a chi quelle leggi le firmò. Questo è il vizio della memoria”.

    Accanto al silenzio politico, Albanese ha puntato il dito contro l’informazione mainstream: “Non credo neanche che sia giusta la frase che ho detto prima, e cioè che quello a Gaza sia il primo genocidio trasmesso in televisione. Le immagini passano, ma vengono accompagnate da una narrazione totalmente falsata. È questa tossicità del dibattito che non permette di capire cosa sta succedendo”.
    Per questo, ha sottolineato, “Il Fatto Quotidiano e Il Manifesto fanno ancora informazione corretta e diventano dei fari in questo contesto”.

    Infine, Albanese ha ampliato lo sguardo: “La distruzione del popolo palestinese è in corso, la finalità è la pulizia etnica. Già nel 1947-49 i nonni degli attuali palestinesi furono cacciati, 500 villaggi distrutti. Oggi il concetto di ‘Grande Israele’ non è più solo espansione territoriale, ma controllo a mezzo di armi, algoritmi, spionaggio e sottomissione. E forse dovremmo leggerlo come parte della politica imperialista degli Stati Uniti”.

    Un monito conclusivo, carico di inquietudine: “Il Medio Oriente è stato messo in ginocchio da guerre in Iraq, in Libia, da vent’anni di conflitti. È un disegno che porta la guerra sempre più vicino a noi. Per questo dico: dobbiamo svegliarci dal nostro sonno di pietra”.

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