Continua a far discutere la sentenza del tribunale di Torino sulla vicenda di Lucia Regna, la donna torinese massacrata dall’ex marito con un pugno al volto: dopo che l’uomo è stato condannato a un anno e sei mesi per le lesioni ma assolto dall’accusa di maltrattamenti, il procuratore aggiunto Cesare Parodi ha fatto ricorso alla Corte d’Appello anche «per il linguaggio utilizzato dai giudici». Il magistrato, che è anche presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), lo ha annunciato al programma televisivo Tagadà su La7. In contemporanea la Camera Penale del Piemonte e della Valle d’Aosta è intervenuta esprimendo «forte preoccupazione per la campagna mediatica e politica seguita alla sentenza». Secondo l’associazione degli avvocati, infatti, la vicenda è stata fortemente strumentalizzata.
Sferrò un pugno a Lucia Regna. I giudici: «Non sono maltrattamenti, va compreso il contesto»
11 Settembre 2025
Il pestaggio risale al 28 luglio 2022: sette minuti di violenza per cui Regna, 44 anni, si è ritrovata con un nervo oculare lesionato e il volto sfigurato, poi ricostruito da 21 placche di titanio. Le botte le hanno provocato un indebolimento della vista e per questo ha perso anche il lavoro.
Dalla denuncia della donna è partito un processo per maltrattamenti e lesioni personali, per cui la pm Barbara Badellino aveva chiesto una condanna a quattro anni e sei mesi di carcere. I giudici Paolo Gallo, Elena Rocci e Giulia Maccari, invece, hanno deciso di assolvere l’ex marito dal primo reato e di condannarlo solo per il secondo (a un anno e sei mesi). Perché frasi come «sei una puttana», «non vali niente», «non sei una madre» – rivolte alla moglie davanti ai figli – sarebbero da ricondurre «nel loro specifico contesto». Secondo i magistrati, «l’amarezza per la dissoluzione della comunità domestica era umanamente comprensibile». Ma anche il pugno del 28 luglio 2022, si legge ancora nella sentenza, va considerato nel contesto e ricondotto «alla logica delle relazioni umane». Cioè nel fatto che Regna avesse un nuovo compagno e che fosse andato a vivere con lei e i figli: «L’imputato si sentiva vittima di un torto, sentimento molto umano e comprensibile per chiunque».
Queste parole hanno scatenato polemiche a livello nazionale, culminate con l’intervento della presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sui femminicidi, Martina Semenzato (Noi Moderati): «Ho già provveduto alla richiesta degli atti del procedimento e porterò in ufficio di presidenza la richiesta di audizione dell’estensore del provvedimento».
Ora si aggiunge Parodi, che a Torino coordina il pool “Fasce deboli” della procura: «Questa è una vicenda seguita dal mio gruppo e la collega ha chiesto una pena severa, contestando i reati di lesioni e maltrattamenti. Purtroppo, per questo secondo reato, spesso ci sono delle assoluzioni perché ha una fattispecie estremamente indefinita». Prosegue il procuratore aggiunto: «Noi abbiamo impugnato questa sentenza. Quello che purtroppo ci ha molto colpito, e lo posso dire perché è un oggetto delle impugnazioni, è il linguaggio che è stato utilizzato. Chiederemo alla Corte d’Appello, e nel caso alla Cassazione, se la Procura Generale la riterrà, se questo genere di argomentazione sia o meno condivisibile». Perché, conclude il magistrato, «a me pare non in linea a quei principi espressi anche dalla Corte Europea, proprio sui criteri di valutazione».
Di segno opposto l’intervento della Camera Penale, che parla di «ricostruzioni parziali e distorte, che trasformano un’assoluzione parziale in simbolo di malagiustizia e colpendo l’indipendenza dei magistrati». L’associazione forense sottolinea come «senza giudici liberi e indipendenti non vi sia giustizia, invitando stampa, politica e opinione pubblica a rispettare l’autonomia delle decisioni giudiziarie, pilastro irrinunciabile dello Stato di diritto».

