Non c’è un protagonista con cui identificarsi, nessuna via di fuga, nessun eroe. In Elisa, presentato da Leonardo Di Costanzo al Festival di Venezia 2025, lo spettatore è costretto a prendere posizione: di fronte a una donna che ha ucciso la sorella, alle sue paure e al suo dolore, al percorso di chi prova a comprenderla. «La palla è nel campo del pubblico», dice il regista. Accanto a lui, Barbara Ronchi, che ha lavorato a lungo sul suo francese per interpretare la protagonista, Roschdy Zem e Diego Ribon hanno raccontato il lavoro intenso, le contraddizioni e le emozioni di un film – liberamente tratto dal libro Io volevo ucciderla di Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali – che mette a nudo tutti.
Il regista al Lido ha voluto ricordare il primo incontro con Barbara Ronchi: «Ci eravamo incrociati qualche volta ai festival, poi a Roma ci siamo visti di nuovo e le ho fatto leggere la sceneggiatura. Lei era molto impegnata, stava girando una serie e non parlava francese, ma mi ha detto: “Mi piace talmente tanto che, anche dopo una giornata di lavoro, sono disposta a studiare due ore di francese ogni sera”. È stato un incontro umano, prima ancora che professionale. Alle riprese, per me, è stata una continua scoperta: il lavoro l’hanno fatto gli attori, io intervenivo poco, quasi come in allenamento. Ho scoperto i personaggi attraverso di loro». L’attrice ha ricambiato con parole di grande stima: «Avevo visto tutti i film di Leonardo e avrei accettato qualsiasi proposta da lui. Quando mi ha raccontato la storia ero spaventata, ma leggendo la sceneggiatura ho capito il potenziale civile e politico del film. Mi sono innamorata prima del suo sguardo, poi del personaggio. Abbiamo lavorato mesi, ore e ore di prove, di confronto, fino a quando è arrivato anche Roschdy Zem e la storia ha preso corpo».
Per Di Costanzo il carcere è un luogo ricorrente, come in Ariaferma, sul lavoro precedente, ma questa volta lo sguardo punta altro: «Non so se mi interessi davvero l’istituzione carceraria. Mi interessa piuttosto chi porta una colpa, vera o presunta. Nei miei film precedenti era la società a dover elaborare una posizione nei confronti di quel portatore di colpa. Con Elisa invece ho voluto entrare in cella, guardare in faccia il male. È stato complesso: il rischio era cadere nel compiacimento o nel macabro. Ma la vera scommessa del film è un’altra: non c’è un protagonista con cui identificarsi. Lo spettatore deve continuamente avvicinarsi e allontanarsi, e infine decidere quale posizione prendere di fronte a chi ha commesso quel crimine. La palla, questa volta, è nel campo dello spettatore».
Del resto per Ronchi il percorso dentro Elisa è stato un viaggio oscuro: «Ho pensato a una donna che vive in un dolore costante, senza possibilità di liberazione. Non cerca scuse, non si rifugia nella diagnosi clinica che le viene offerta. È consapevole, e questo la condanna due volte. Ho cercato di restituire le sue paure: non essere amata, non essere abbastanza, distruggere le cose che toccava. Tutte paure che riconosco anche io, fino a un certo punto. La distanza sta nel momento in cui ha oltrepassato un limite irreversibile: togliere la vita per credere di salvarne un’altra».

