Anche se sto andando al concerto di Olly – o sarebbe meglio dire festa, come lui stesso e il suo staff l’hanno chiamata per celebrare un anno che più scintillante non sarebbe potuto essere – il tassista che mi accompagna all’Ippodromo Snai di Milano mi chiede se per caso si stia per esibire Franco Califano. Lo domanda non solo perché ignora che Franco Califano sia morto da dodici anni ma anche perché dalle casse posizionate ai lati del palco vengono fuori le note di Tutto il resto è noia che i 34mila spettatori paganti cantano a squarciagola insieme ad altri grandi classici della nostra musica come Maledetta primavera. Il pubblico di Olly, un pubblico che scoprirò essere costituito non solo da ragazze ma anche da tanti ragazzi che vedono probabilmente in lui l’amico che vorrebbero avere, quello che solleva la birra e brinda alla tua salute quando ottieni un successo nella vita e nel lavoro, è attento e preparato. Conoscono bene sia le mosse che i gusti del ragazzo che, a 23 anni, ha vinto il Festival di Sanremo in barba ai pronostici, ed è anche per questo che, quando le luci dell’Ippodromo si spengono e parte a tutto volume Albachiara di Vasco Rossi, il mito di Olly, tutti sollevano lo smartphone al cielo e cantano a tutta birra certi che il loro idolo dietro le quinte faccia lo stesso per darsi la carica.
Arriva sul palco poco dopo, immerso da luci stroboscopiche e accompagnato da una band che mette i brividi per quanto potente ed energica – un plauso particolare al batterista e al sassofonista -. Indossa un paio di occhiali da sole, un giubbotto di pelle marrone con le frange e una stampa a macchie di giumenta e tutta la carica di un artista che, seppur così giovane, dà prova di divorare il palco come una popstar che non ha mai fatto altro nella vita. «Vorrei cercare mille parole per dirvi cosa sto provando in questo momento ma non ci sono», dice al pubblico prima di mettersi le mani vicino agli occhi. «Facciamo così: stasera si canta. Vi faccio una sola promessa, raga: che sarà bellissimo», riprende mentre il pubblico, incurante del fatto che i loro piedi siano immersi nel fango, non la smette di saltare seguendo le indicazioni del loro maestro che, dal palco, chiede che le mani si muovano a tempo mentre lui decide di scuotere le anche come solo lui sa fare quando canta Polvere.
Un attimo dopo si libera del giubbotto, rimane in canotta e non la smette di correre, saltare e cantare stupendosi per tutta la gente che è arrivata lì per sentirlo – «Non vedo dove arrivate, siete infiniti» – e felicissimo di accogliere sul palco un’amica come Emma, insieme alla quale canta Ho voglia di te, ed Enrico Nigiotti, che lo accompagna sulle note di Sopra la stessa barca. Dopo un messaggio di solidarietà alla sua Genova «in questo momento così difficile per lo schifo che sta succedendo a Gaza», la festa vera esplode con Depresso fortunato, quando un po’ tutti si sbracciano per sventolare i cartelloni che hanno portano con loro e quando urlano a più non posso «sei bellissimo».
«Io non me ne andrei mai da questo cazzo di palco. Spero di aver fatto bene stasera», riprende Olly prima di proporre Balorda nostalgia e annunciare l’appuntamento Tutti a casa che, il prossimo 18 giugno, lo porterà a esibirsi allo stadio Luigi Ferraris di Genova che riaprirà eccezionalmente le sue porte alla musica proprio per lui a 21 anni dall’ultimo concerto di Vasco Rossi – i biglietti per Tutti a casa, prodotto e organizzato da Magellano Concerti, sono già disponibili -. Poco prima delle battute finali mi allontano dall’Ippodromo e mi imbatto, appena fuori dai cancelli, in tantissimi ragazzi e ragazze che allungano il collo per vederlo nei maxi-schermi cantando con lui dall’inizio alla fine. Sono arrivati qui sperando di comprare all’ultimo un biglietto – l’evento è andato sold out in mezz’ora – ma, non riuscendoci, sono rimasti lì perché hanno comunque deciso che quella sera l’avrebbero passata con Olly. E chi potrebbe biasimarli?

