Bisogna partire da Luigi Mangione. Vent’anni, americano, a dicembre 2024 uccide l’amministratore delegato di una grande compagnia assicurativa, per vendicarsi di un sistema percepito come ingiusto. E guardando Dead Man’s Wire, il nuovo film di Gus Van Sant fuori concorso a Venezia, è inevitabile pensare a lui. La storia è quella vera di Tony Kiritsis, che nel 1977 sequestrò il dirigente della Meridian Mortgage Company, la società che aveva avviato il pignoramento sul suo terreno. Hall era il figlio del fondatore della compagnia. Kiritsis gli legò un fucile alla testa con un filo metallico e lo tenne in ostaggio per 63 ore, trasmettendo tutto in diretta televisiva e raccogliendo anche un certo consenso da parte del pubblico. Un gesto folle, disperato, che oggi sembra stranamente vicino
In conferenza stampa, Colman Domingo, che nel film interpreta lo speaker radiofonico che raccoglie le motivazioni del sequestratore improvvisato, parla di rabbia e frustrazione che alimentano l’odio sociale: «Dobbiamo raccontare storie come questa perché è esattamente quello che succede quando le persone si trovano di fronte a sistemi che non possono controllare».
Un thriller storico ma attuale
Nei panni del protagonista c’è Bill Skarsgård, intenso e imprevedibile. Accanto a lui il sequestrato Dacre Montgomery, lo speaker radiofonico Colman Domingo, la reporter Myha’la Herrold, Cary Elwes, e persino Al Pacino. Ma il cuore resta Kiritsis, l’uomo che non vuole soldi ma scuse, davanti a un Paese intero che guarda la sua follia in diretta televisiva.
Gus Van Sant, che a Venezia riceve il Campari Passion for Film Award, racconta: «La storia in sé è storica, ma i suoi temi — disperazione, ingiustizia, frustrazione umana — sono oggi più presenti che mai». E aggiunge: «Tutti noi siamo stati profondamente colpiti dalla notizia di Luigi Mangione mentre giravamo. Ci ha ricordato che la disperazione non aspetta che la storia la raggiunga».

