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    Home»Breaking News»Portobello: la serie di Bellocchio su Enzo Tortora e il caso giudiziario | Il Fatto Quotidiano
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    Portobello: la serie di Bellocchio su Enzo Tortora e il caso giudiziario | Il Fatto Quotidiano

    admin5698By admin56981 Settembre 2025Nessun commento5 Minuti di lettura
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    Portobello: la serie di Bellocchio su Enzo Tortora e il caso giudiziario | Il Fatto Quotidiano
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    “Io sono totalmente innocente”. Il tempo della storia e il sistema giudiziario hanno risarcito la “vittima” Enzo Tortora, ma Marco Bellocchio sulla torta dell’eclatante caso di cronaca ci aggiunge qualche ciliegina a livello etico, politico e onirico. I primi due episodi di Portobello, la serie targata HBO presentata a Venezia 2025, dedicata al celebre presentatore tv incarcerato per reati di camorra e traffico di droga nel 1983, poi assolto da ogni accusa nel 1986, sono un discreto j’accuse sottoforma di cinema di genere (verrebbe da dire prison movie) dove si tirano i fili di un sistema socio-politico nazionale moribondo e in via di trasformazione a cavallo degli anni settanta/ottanta. Periodo che stuzzica da tempo Bellocchio a partire dalla drastica cesura dell’omicidio Moro su cui è tornato più volte sia in forma di film che di serie (e c’è pure una battuta pesantissima sulle BR in Portobello).

    Quattro i pannelli descrittivi che aprono la serie: quello sulla trasmissione tv Portobello, quello sull’organizzazione criminale della Nuova Camorra Organizzata, una breve biografia di Enzo Tortora, infine il camorrista poi pentito Giovanni Pandico. Balzo immediato in medias res nel mezzo dello studio dove veniva programmato fin dalla sua prima stagione (1977) in diretta Rai Portobello. Un successo travolgente, un’escalation incredibile di spettatori (nell’ultima stagione, 1983, farà 28 milioni a puntata) che eleva Tortora (il mimetico Fabrizio Gifuni) , già volto noto della tv pubblica e privata dell’epoca (Antenna3), a signore assoluto del piccolo schermo. Bellocchio decide di mostrare Portobello in modalità Truman Show, con lo scavalcamento di campo dai televisori ai salotti delle case di quasi tutta l’Italia, zeppi di famigliole, amici e parenti incollati allo schermo. Tra questi spettatori c’è anche Pandico (Lino Musella, un vero mostro di bravura), detenuto in un carcere di massima sicurezza, deciso a spedire a Tortora un oggetto da rivendere in tv (Portobello fungeva principalmente da mercatino con acquisti al telefono ndr): una scatola di centrini fatti a mano. Da quel misunderstanding con la trasmissione e il presentatore – i centrini vengono smarriti – si svilupperà una sorta di vendetta malcelata e alquanto casuale che porterà il Pandico pentito ad accusare Tortora assieme ad altri 800 e rotti criminali in una maxi retata anticamorra.

    Sbagliereste però a pensare che Portobello rimanga sulla fama di Tortora (sempre molto ombroso, presenza tv vecchia maniera) e sui corridoi di corso Sempione del programma, perché tre quarti dei primi due episodi di Portobello si gioca dietro le sbarre: prima seguendo lo spasmodico desiderio di Pandico di essere benvoluto dal boss Raffaele Cutolo rimanendo però emarginato, poi della permanenza a Regina Coeli di uno stupefatto Tortora. Ed è proprio di fronte a questo stupore, a questo smarrimento del presentatore genovese svegliato nel cuore della notte dai carabinieri e portato in cella, dove vi rimarrà per mesi, che Bellocchio sembra soffermarsi con particolare ossessione e magnetismo. La celebre sequenza di Tortora ammanettato che esce dalla caserma gridando “guardate questa infamia”, venendo dato in pasto a decine di giornalisti e telecamere, con perfino mamma Rai in fondo al viale a riprendere, diventa summa di stile pulito ed efficace, come di un giudizio morale tranciante ed inequivocabile verso la gogna generale, rispetto al mostro sbattuto in prima pagina (sorpresa: c’erano le fake anche prima del web!). Tortora isolato bersaglio della pubblica opinione, pur nella sua compostezza mai sguaiata, lancia verso lo spettatore bellocchiane frecciate di libero agire, creare, pensare (“non sono comunista, democristiano e nemmeno massone”) condite da una scheda elettorale su cui appone due croci sul minuscolo e oramai morente Partito Liberale (lui che poi diventerà deputato europeo dei Radicali ndr).

    C’è un’Italia che cambia sullo sfondo e Tortora ci passa in mezzo esibendo suo malgrado il petto, prezzo di una popolarità esorbitante verso la quale sia la magistratura inquirente che la fino ad allora plaudente folla non sembra dare molto riguardo anzi, tutto il contrario. Bellocchio non risparmia nemmeno pennellate poco gentili a quei pm integerrimi (ce n’è uno con gli occhialoni e un fare ottuso che si chiama realmente Lucio Di Pietro) che nemmeno di fronte all’evidenza smontano il loro castello accusatorio. Una serie robusta e avvincente, infine, che non si avvale oltretutto di una quantità allargata di personaggi, in modo da “allungarsi” come formato vuole, ma che ne segue una manciata stratificandoli di senso e dettagli da sfogliare per gradi. Segnaliamo Piergiorgio Bellocchio nei panni di un torvo compagno di cella di Tortora dentro in quanto ex terrorista rosso. I due hanno un dialogo notturno illuminante sul legame ideologico con le masse. Il carcerato esclama che lui è dentro perché ha ucciso “per un’idea giusta” e che Tortora è “un imbroglione delle masse”. Il presentatore risponde deciso: “La vostra rivoluzione ha fallito, mentre io per un’ora e mezza quei 28 milioni di spettatori li facevo divertire senza dover cambiare il mondo”. In coda segnaliamo che per un paio di volte Tortora pippa qualcosa con il naso negli studi di Portobello. Un gancio per gli episodi che verranno? Guardarli per dare soluzione a quel dettaglio peregrino non è affatto tempo buttato.

    Bellocchio Caso Enzo Fatto giudiziario Portobello Quotidiano Serie Tortora
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