George Clooney non c’era, fermato da una sinusite, ma a raccontare Jay Kelly – il film in concorso diretto da Noah Baumbach al Festival del cinema di Venezia 2025 – ci hanno pensato il regista e il resto del cast: Adam Sandler, Laura Dern, Billy Crudup, Riley Keough, Alba Rohrwacher, Greta Gerwig e la sceneggiatrice Emily Mortimer.
Con Jay Kelly Baumbach porta al Lido una storia che usa la fama come uno specchio. Al centro non c’è solo la carriera di una star al tramonto, ma la domanda più universale: quanto di noi stessi riusciamo a tenere intatto, mentre il mondo ci osserva e ci giudica? Si parla quindi di fama, ma soprattutto di provare a essere sé stessi: chi siamo, chi vorremmo essere, come ci vedono gli altri, e soprattutto se e quando tutte queste maschere coincidono. Clooney interpreta un divo in declino che affronta una resa dei conti personale e professionale, accompagnato dal suo storico manager (Sandler) in un viaggio attraverso l’Europa, tra aerei, treni e automobili. Scritto da Baumbach insieme a Emily Mortimer, qui al debutto come sceneggiatrice, è uno dei tre titoli che Netflix porta in concorso al Lido, accanto a A House of Dynamite di Kathryn Bigelow e a Frankenstein di Guillermo del Toro.
«Il senso del film sta in una frase», ha spiegato Baumbach durante la conferenza stampa ufficiale, «La pronuncia Jay Kelly: un attore deve recitare due volte, quando ottiene la parte e quando deve interpretare se stesso». Adam Sandler ha aperto proprio da qui, dal suo personaggio, riflettendo sul ruolo degli agenti e dei publicist: «Ho sempre apprezzato il lavoro degli agenti, è un mestiere difficile. Io a volte sono molto fermo nelle mie posizioni, ma ammiro chi sa reagire». Poi ha allargato il discorso alla vita privata: «Tutti noi lavoriamo duramente, ma allo stesso tempo c’è sempre tempo per esserci quando la famiglia ha bisogno. Quando può, la famiglia ti accompagna sul set, quando non c’è ti si spezza il cuore, ma impari a conviverci».
Baumbach è tornato sul nucleo del film: «C’è qualcosa che ci attrae nell’idea di una star che affronta una crisi, anche se non sappiamo bene perché. Chi è la persona che mostriamo all’esterno e chi siamo davvero dentro? Nel corso della vita la nostra performance cambia: come genitori, come amici, nei ruoli che interpretiamo. La domanda è: ci piacciamo quando invecchiamo? Forse finiamo per somigliarci di più, nel bene e nel male. A seconda delle persone che ci circondano siamo qualcosa di diverso. Siamo tutti attori? Sì».
Laura Dern ha ricordato il suo legame con Baumbach e la sua esperienza di figlia d’arte: «A Noah ho detto che lo avrei seguito ovunque. Sono cresciuta in una famiglia di attori, ed è un dono enorme che mi ha fatto la vita. Non l’ho mai vissuto come una maschera. Ho iniziato da ragazzina, ho imparato a proteggermi, ad avere rispetto, ad affrontare le relazioni sentimentali. La mia publicist è stata materna con me, mi ha aiutato: lei sa tutto di me e io so tutto di lei. E poi ho avuto una comunità di attori attorno. George sta male per non essere qui oggi in conferenza, ma ha fatto una grande performance, ha creato una famiglia intorno a lui e questa famiglia siamo anche noi».

