Questa intervista a Valeria Bruni Tedeschi è pubblicata sul numero 36 di Vanity Fair in edicola fino al 2 settembre 2025.
A un certo punto ha pensato che sarebbe stato giusto andarsene così. «Mi sembrava il ruolo della vita, quello definitivo», dice oggi Valeria Bruni Tedeschi seduta sul letto, una T-shirt con la scritta «amour» e i capelli spettinati con grazia. Tira una lunga boccata e la soffia in aria come se volesse dissolvere un pensiero troppo grande. Se Duse fosse stato davvero il suo ultimo film, avrebbe salutato il pubblico nei panni della più grande di tutte, Eleonora Duse. «Ovviamente, poi ho cambiato idea».
Abito, Loewe. Collier, Van Cleef & Arpels. Sandali, Gedebe.
Il film, diretto da Pietro Marcello e in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, racconta il ritorno sulle scene della Divina, frutto del bisogno di soldi e del richiamo del palcoscenico, tra la Grande Guerra e l’ascesa del fascismo. Ma non è un biopic, non vuole esserlo, non ricerca la correttezza storica: «Mi sono avvicinata alla Duse come quando su un treno ti siedi accanto a una sconosciuta e cerchi di fare amicizia e insieme vi fate compagnia», spiega.
Sessant’anni compiuti da poco, nata a Torino e cresciuta in Francia in una famiglia colta e ricca – madre pianista, padre industriale, sorella Carla, ex première dame e top model – Valeria ha trasformato la propria biografia in materia narrativa. Nei film che ha diretto (È più facile per un cammello…, Un castello in Italia, I villeggianti) ha fatto entrare lutti, passioni e memorie familiari; come attrice ha attraversato ruoli che hanno lasciato il segno, da La seconda volta di Mimmo Calopresti a La pazza gioia di Paolo Virzì, portando in dote quella sua cifra inconfondibile: fragilità e leggerezza, confessione e pudore.
Questo film poteva essere l’ultimo. Perché?
«Perché mi sembrava che avessi detto tutto. Pietro mi aveva dato la possibilità di raccontare ciò che sapevo, e anche ciò che non sapevo, della vita e dell’arte. È stato come un resoconto. Mi sono detta: forse dopo non farò più un film. Poi, naturalmente, non è vero. La vita continua, l’esperienza continua, io ho bisogno di lavorare. Però, quel pensiero mi è venuto».
La Duse le è risultata familiare?
«Mi risuonava il modo in cui lavorava con i dubbi e con la propria fragilità. E poi anche la questione della vita e del lavoro che si mescolano, che si attraggono e si respingono. Anche se in lei era forte il conflitto tra lavoro e maternità, in me no».
Cappa di velluto e abito di seta, Dior. Collier e orecchini di platino con giada, spinelli, tormaline e diamanti, Cartier. Sandali, Giuseppe Zanotti.
Lei come lo gestisce?
«Includo. Ho sempre voluto far venire i miei figli sul set, ho anche diretto mia figlia Oumy nei Villeggianti. Io faccio una minestra di tutto e questo miscuglio mi dà allegria».

