A BORDO DI MEDITERRANEA – “C’erano altre quattro persone con noi quando siamo partiti, le hanno buttate giù a un’ora, un’ora e mezza dalla costa”. Adesso che la paura di essere riportati in Libia è passata, che su una nave grande, sicura e solida forse le onde iniziano forse a fare meno paura, iniziano a venir fuori i racconti di chi a bordo di Mediterranea inizia a credere davvero di poter iniziare a sognare una nuova vita. “Quando siamo saliti sul gommone era sera, non sapevamo nulla. Per giorni – o forse settimane, non so, lì avevo perso la cognizione del tempo – ci hanno chiuso in uno stanzone da cui non potevamo uscire. Eravamo ammassati in centinaia, non ci davano né cibo, né acqua, c’era un caldo insopportabile. Pensavo che non saremmo usciti vivi da lì”, racconta Afez.
Nelle safe house
Il nome è di fantasia, la sua storia reale. E feroce. Poco più di diciott’anni, l’acne sul viso a raccontarlo ancora adolescente, è fuggito dal Kurdistan iraniano. In quello stanzone – nel gergo dei trafficanti, vengono paradossalmente chiamate safe house – ha conosciuto quelli che sono diventati i suoi tre compagni di viaggio. In quella Babele sovraffollata, si sono riconosciuti grazie alla lingua in cui venivano recitate preghiere e imprecazioni e quel suono familiare è stato il modo per trovarsi e sentirsi meno soli.
Mediterranea: “Segni di violenza, storie di abusi. A bordo capisci cosa significa essere medici”
18 Agosto 2025
In 4 buttati in acqua
Afez non sapeva che lo avrebbero caricato su una barca e poi scaraventato in mare in piena notte, non lo sapeva nessuno. Né sa perché in quattro siano finiti fuori bordo poco dopo la partenza. Forse sono caduti, il gommone era instabile e stracarico, non è facile starci sopra quando le onde sono alte e si viaggia a tutta velocità. Forse, è l’ipotesi peggiore ma assai plausibile, sono stati buttati in acqua per alleggerire la barca.
Segni di frustate, torture, botte
“Quella notte ci hanno portati fuori, bendati e portati via. Non sapevamo cosa sarebbe successo. Siamo arrivati su una spiaggia, c’era questa barca e ci hanno ordinato di salire. Non volevo, ma mi hanno puntato alla testa una pistola: ‘Sali o muori’”, racconta invece un ragazzo siriano. Venticinque anni, alto, magro da far spavento, è uno dei pochi che balbetta un po’ di inglese. In Libia è rimasto quasi un anno, è passato per i lager, è sopravvissuto. Non dà dettagli, ma la sua storia, la raccontano le cicatrici profonde che porta sulla schiena. Segni di frustate, torture, botte: memoria delle sevizie subite. I carcerieri non hanno risparmiato neanche l’altro ragazzo siriano tirato fuori dall’acqua nella notte tra mercoledì e giovedì. Ha quattordici anni appena, ma anche lui presenta cicatrici profonde sul dorso e un’enorme escoriazione sulla schiena.
Un anno in Libia a 15 anni
È uno dei più piccoli a bordo, ma non l’unico. Due ragazzini egiziani hanno a stento quindici e sedici anni, l’altro che viaggia con loro si ostina a dire di averne diciotto, ma sembra molto, molto più piccolo. Magrissimo, bassino, viaggia con il cugino, sembra vogliano raggiungere un parente o un amico di famiglia e che indietro non si siano lasciati nessuno. A scuola non ci sono andati mai, non sanno ancora né leggere, né scrivere, ma hanno già imparato a sopravvivere: in Libia ci sono stati quasi un anno, anche loro, così piccoli, sono finiti in un lager e hanno dovuto lavorare da schiavi per uscire.
Acquistati come bestie al mercato
Non c’era nessuno che potesse pagare per loro il riscatto che viene preteso per restituire la libertà a chi venga catturato per strada o in mare. L’unica speranza allora è essere comprati come bestie al mercato, costretti a lavorare per mesi o anni senza mai vedere uno stipendio per coprire il debito. Ma rimangono ragazzini, con la fissa per video e Tik Tok. Ed è una fortuna perché significa che anche nell’inferno libico, fra violenza, tortura, abiezione, sono riusciti, forse, a non smarrire la propria umanità.

