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    Home»Cronaca»Quando la mafia fece saltare in aria la villa di Pippo Baudo. E l’attentato venne rivendicato dalla Falange Armata
    Cronaca

    Quando la mafia fece saltare in aria la villa di Pippo Baudo. E l’attentato venne rivendicato dalla Falange Armata

    admin5698By admin569817 Agosto 2025Nessun commento6 Minuti di lettura
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    Quando la mafia fece saltare in aria la villa di Pippo Baudo. E l'attentato venne rivendicato dalla Falange Armata
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    Di quella casa rimaneva ben poco: solo pezzi di muro e il tetto dell’ultimo piano, crollato e inclinato. È un sabato notte quello tra il 2 e il 3 novembre del 1991, quando un boato sveglia la tranquilla Santa Tecla, una frazione di Acireale, in provincia di Catania.”Hanno messo una bomba a casa di Pippo Baudo…è saltato tutto”, urla una voce al centralino del 112. È in effetti di quel baglio affacciato sulla Costa dei Ciclopi era rimasto ben poco: i Vigili del Fuoco impiegano più di due ore per domare le fiamme, divampate dopo l’esplosione. “Abbiamo trovato persino dei pezzi di miccia a lenta combustione… È stato un lavoro da professionisti: chi ha colpito, ha, colpito duro”, racconta un ufficiale dei carabinieri a Valter Rizzo, autore della cronaca di quella notte sulle pagine de L’Unità. “Non ha certo l’aria di essere un avvertimento, piuttosto sembra una spedizione punitiva”, è il ragionamento dell’investigatore. Ma come una spedizione punitiva? Contro Pippo Baudo? La faccia di Domenica In, di Fantastico, del Festival di Sanremo?

    Passano poche ore e al centralino dell’agenzia Ansa a Palermo arriva un’altra telefonata. “Il presentatore di spettacoli di varietà televisivi Pippo Baudo può considerarsi un uomo fortunato. Agli industriali Vecchio e Rovetta, a Bicocca – nella sua città, alla periferia di Catania – necessità ci impose di riservare un destino ben peggiore. Gli consigliamo perciò di non distrarsi“. Ma chi parla? Una voce senza inflessioni risponde così: “Firmato Falange Armata“.

    Trentaquattro anni dopo, questa vicenda sembra quasi dimenticata. A ricordarla, ogni tanto, era lo stesso Baudo, icona dell’intrattenimento e vero e proprio “papà” della televisione italiana, morto a 89 anni sabato 16 agosto. “Fu un regolamento di conti mafioso nei miei confronti. Avevo fatto una celebrazione del giudice Chinnici a Taormina parlando male della mafia e ci fu questa vendetta. Mi costò cara questa cosa”, spiegava il conduttore a Piero Chiambretti ancora nel 2015. In realtà secondo le indagini della procura di Catania quell’attentato fu una punizione per la partecipazione di Baudo alla celebre staffetta antimafia organizzata da Samarcanda di Michele Santoro e dal Maurizio Costanzo Show. Era il ricordo di Libero Grassi, l’imprenditore ucciso da Cosa Nostra a Palermo perchè non voleva piegarsi al pagamento del pizzo. Era andato in tv, proprio da Santoro, a raccontare il suo no al racket mafioso. Un palcoscenico nazionale che non lo aveva salvato dalla vendetta: lo ammazzarono il 29 di agosto del 1991. Stava per cominciare una stagione di sangue e di misteri, anche se nessuno poteva ancora saperlo.

    Un mese dopo Rai e Mediaset organizzano la staffetta in memoria di Grassi: tra gli ospiti pure Baudo, icona della tv nazionalpopolare e proprio per questo motivo invitato da Santoro. Seduto sulle poltrone del Teatro Massimo di Palermo, il popolare conduttore catanese chiede leggi speciali per combattere il fenomeno mafioso. È per quelle parole che, secondo alcuni collaboratori di giustizia, la potente famiglia mafiosa di Nitto Santapaola decise di fargli saltare in aria la casa. “Non ho mai ricevuto minacce, mai un avvertimento, non sono in grado di spiegare i motivi dell’attentato, mi dicono che i danni potrebbero essere superiori ai tre miliardi di lire. Peccato, la villa sul mare era sempre stata un sogno di mio padre…”, raccontava Baudo in quelle ore convulse. Momenti delicati: alcune voci, infatti, facevano ipotizzare come il movente fosse da ricondurre a possibili tentativi di avvicinamento dei boss. Piste mai confermate che ebbero come unico effetto quello di far perdere le staffe a Baudo davanti ai cronisti.

    Ci vollero quattro anni d’indagine e cinque pentiti per ricostruire la vicenda: l’ordine venne dato dal boss Marcello D’Agata, con tanto di assenso di Santapaola. Tra gli uomini d’onore qualcuno proposte di colpire anche Costanzo, ma il boss Aldo Ercolano, nipote di Nitto, spiegò che ci stavano “già pensando altri“. E in effetti già nella primavera del 1992 Totò Riina avrebbe inviato a Roma un gruppo di killer guidato da Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano: l’obiettivo era studiare piani di morte per Giovanni Falcone, per l’allora guardasigilli Claudio Martelli e per lo stesso conduttore Mediaset. Costanzo sarebbe poi sopravvissuto al fallito attentato di via Fauro il 14 maggio del 1993. Pure quella bomba venne rivendicata dalla Falange Armata: praticamente una consuetudine in quella stagione di terrore.

    Nata come Falange Armata carceraria per rivendicare l’omicidio di Umberto Mormile, educatore carcerario ucciso dalla ‘ndrangheta l’11 aprile del 1990 nell’hinterland milanese, da quel momento l’oscura sigla del terrore comincia a mettere la firma su vari atti violenti che insanguinano il Paese. La Falange sottoscrive le varie operazioni della Banda della Uno Bianca, poi comincia a scendere lo Stivale. Il 5 novembre del 1990 una telefonata alla redazione torinese dell’Ansa rivendica il duplice omicidio degli imprenditori Alessandro Rovetta e Francesco Vecchio, compiuto qualche giorno prima a Catania. È lo stesso delitto che un anno dopo verrà citato nella telefonata di rivendicazione dell’attentato alla villa di Baudo. “Il presentatore di spettacoli di varietà televisivi Pippo Baudo può considerarsi un uomo fortunato“, diceva la voce senza inflessione. In che senso fortunato? Baudo aveva dormito nella villa di Santa Tecla solo due giorni prima dell’attentato: l’oscuro telefonista si riferiva a questo? Due giorni dopo un’altra chiamata, questa volta all’Ansa di Genova; “Il significato politico che abbiamo inteso conferire all’azione condotta ai danni della villa del signor Baudo a Santa Tecla, ritenevamo che, almeno lui – uomo di spettacolo, ma anche di politica – non sarebbe dovuto risultare – così come è apparso – del tutto incomprensibile”.

    Rivendicazioni rimaste oscure, come largamente enigmatica è rimasta la natura della Falange, evidente operazione d’intelligence. Di sicuro c’è solo che dall’attentato alla villa di Baudo comincia una nuova fase. Proprio in quelle settimane alla fine del 1991, infatti, Riina raduna i principali boss di Cosa Nostra nelle campagne intorno a Enna. La sentenza definitiva del Maxi Processo è all’orizzonte, le vecchia coperture politiche sono saltate: è a quel punto che il capo dei capi comincia a progettare l’attacco allo Stato. “Bisogna pulirsi i piedi“, dice il boss corleonese, per spiegare ai suoi che bisogna punire i nemici storici – come il giudice Falcone – ma pure i vecchi amici – come Salvo Lima – che non erano riusciti a mantenere le promesse, neutralizzando le condanne del Maxi. “Dovevamo fare queste cose e rivendicarle con la sigla di Falange Armata. Dovevano credere che fosse un gruppo terroristico”, ha raccontato il pentito Filippo Malvagna. Salvo Lima, la strage di Capaci, quella di via d’Amelio: da quel momento ogni singolo omicidio compiuto da Cosa Nostra viene rivendicato dalla Falange Armata. Ma chi è che suggerisce a Riina di usare quella sigla, evidentemente partorita in ambienti dei servizi? È solo una delle tante domande rimaste senza risposta su quella stagione di sangue e di misteri.

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