Cercare nell’archivio delle agenzie fotografiche il nome di Pippo Baudo significa imbattersi in decine di scatti nei quali lui, il Pippo nazionale, fa una cosa semplicissima: spalanca le braccia come se fosse sempre lì lì per abbracciare chi gli è di fronte. Se ci pensiamo bene, Pippo Baudo nella sua lunga carriera ha fatto proprio questo: ha abbracciato e tenuto la mano a più di una generazione che, insieme a lui, ha visto l’Italia e, soprattutto, la televisione cambiare pelle più di una volta con un’unica incrollabile certezza: il suo sorriso e la montatura degli occhiali a goccia sempre pronti a salvare la situazione in qualunque evenienza. Oggi il gigante della televisione si spegne all’età di 89 anni facendoci sentire tutti un po’ orfani visto che, dopo Mike Bongiorno, Raimondo Vianello e Corrado, Pippo Baudo era l’ultima leva di uno spettacolo e di un’eleganza che oggi purtroppo non esistono più, schiacciati dalla logica spietata degli ascolti, dal risparmio a tutti i costi e, soprattutto, da una certa frettolosità che suona come una bestemmia a coloro che, come lui, hanno vissuto gli anni dove erano solo l’impegno e la dedizione a forgiare una carriera, non certo i follower su Instagram.
Mondadori Portfolio/Getty Images
Pippo Baudo, in questo, un professionista lo è stato davvero. Quando era ragazzo aveva l’abitudine di ascoltare la radio per ore per un motivo preciso: parlare l’italiano senza accento, dosando le «e» strette e le «o» chiuse sul modello dei radiocronisti che affollavano la programmazione di quegli anni. Al suo primo provino a Roma, Antonello Falqui era, infatti, sorpreso da come parlasse correttamente, tant’è che, quando gli chiese se avesse frequentato un corso di dizione, Pippo Baudo rispose secco: «No, ho solo ascoltato la radio». Da lì Giuseppe Raimondo Vittorio Baudo, questo il suo nome all’anagrafe, non si è più fermato. Per sessant’anni diventa il simbolo della televisione italiana, il «seratante», come ama definirsi lui, che regge uno spettacolo di tre ore con piglio sicuro, gestendo imprevisti e solleticando l’euforia delle piazze. In sei decenni ha collezionato esperienze e aneddoti che avrebbero potuto riempire nove vite: al tempo di Settevoci, per esempio, lo chiamavano per inaugurare i circhi e lui non si è mai tirato indietro. Faceva le foto con i bambini, con il pony e con il clown e non si vergognava di ammettere che lo faceva solo «perché pagavano bene, allora non c’era Iva, tutto in contante». Grazie a programmi come Scanzonatissimo, invece, ha girato l’Italia, ha capito i sentimenti che animavano il paese e anche che cosa chiedeva: leggerezza, impegno, professionalità, eleganza. Tutti principi che hanno fatto parte della sua conduzione, impeccabile anche davanti alle difficoltà più spinose. Come l’intervista a Ugo Tognazzi che, accusato su Il Male di essere il capo delle Brigate Rosse, iniziò a insidiare Baudo dicendo in diretta che aveva una bomba in tasca. O come l’ultima telefonata di Delia Scala che, pochi giorni prima di morire, chiamò Novecento – che quella sera le aveva dedicato la puntata – dicendo a Pippo Baudo «Simpatico, sei tu». Di via Teulada lui, che arrivava da Catania, ha sempre conservato il fascino della conquista: fu lì che vide per la prima volta le Kessler, Panelli, Luttazzi e Noschese.
Daniele Venturelli/Getty Images
Tuttavia è stato il Festival di Sanremo a conferirgli quella monumentalità che, grazie ai siparietti e, soprattutto, agli incidenti, lo ha consacrato come una persona perbene, buona e generosa: su tutti, il contestatore che salì sul palco nel 1992 dicendo che il Festival era truccato e l’uomo che tre anni dopo si arrampicò sugli spalti minacciando di buttarsi di sotto e che Pippo Baudo raggiunse abbracciandolo forte – sempre quelle braccia protese verso l’altro – aiutandolo a scendere senza che intervenissero le forze dell’ordine. Certo, non mancarono i momenti di puro divertissement, come Roberto Benigni che, nel 2002, gli tastò i «gioielli di famiglia» annunciando all’Italia che «non era rimasto più niente». Fra le tante soddisfazioni, però, c’è stato anche un velo di amarezza: il passaggio a Fininvest nell’87, per esempio, fu ravvisato dallo stesso Pippo come il passo falso della sua carriera. Festival con la Cuccarini (che ha «inventato» lui!) ma, soprattutto, Tu come noi non funzionarono, ed è per questo che il conduttore decise di rescindere il contratto e pagare una penale salatissima per poter tornare in Rai, la sua casa, che lo riaccolse a braccia aperte.

