Torino la città grigia. Torino e la nebbia. Torino la città invivibile.
Palazzo Reale, Palazzo Madama, la Mole e il Museo Egizio.
Luoghi comuni, ma cosa c’è oltre?
C’è una città che va guardata in bilico, sbirciata tra le ciglia.
Perché entrare in un luogo a passo sicuro qui è bello. Ma per vedere il vero fascino di Turìn serve il tempo sospeso di chi si ferma a scrutare, un attimo prima di decidere se restare.
Quel tempo servirà al vostro occhio da viaggiatori per far emergere i dettagli.
E così Torino si presta bene ad essere la città del ritorno, nel senso che chi va via sente la mancanza di angoli ben precisi, chi resta li ricerca nella quotidianità e per chi arriva la prima volta c’è lo stupore di scoprire scorci nuovi che è come se facessero risuonare dentro qualcosa che c’è sempre stato.
Tra antiche piazze e storiche librerie
Così, dopo essere stati attirati dalla regale bellezza di Palazzo Madama, facendo scivolare lo sguardo dalle imponenti matrone sul tetto fino alle fontane in basso, è possibile intravedere un muro di pietra su cui qualche curioso protende il naso.
Quel muro non nasconde nulla – semmai custodisce.
Chi si sporge scopre il Giardino della Principessa: cespugli di ortensie che sembrano piantate da un sogno, un gazebo che sembra nato – più che costruito – insieme alle più variegate specie botaniche. E questo è solo l’inizio della passeggiata del ritorno.
Attraversata la strada, i portici di Piazza Castello nascondono infatti l’entrata della Galleria Subalpina, con le sue piante dalle foglie grandi e i locali storici. Qui il Caffè Concerto Romano ha visto sedersi spesso ai suoi tavolini Edmondo De Amicis, prima di lasciare spazio al suggestivo Cinema Romano.
Proseguendo, poco oltre, la storica libreria Luxemburg mostra fieramente i suoi libri in vetrina conservando al suo interno le voci basse dei lettori, i commessi che conoscono i titoli a memoria e lo sguardo gentile di chi ti affida in mano un libro come si affida una confidenza.
Poi i passi proseguono, abbandonano la penombra della galleria e gli occhi si socchiudono per ripararsi dalla luce del giorno pieno che splende su Piazza Carlo Alberto. Qui Palazzo Carignano invita ad entrare sotto le sue alte volte mentre dall’altro lato il Circolo dei Lettori fa l’occhiolino.
Ancora oltre, al numero 6 di via Carlo Alberto, una targa che dice: “Qui visse Friedrich Nietzsche”. Nessuna indicazione turistica vistosa: solo una targa sobria e una porta chiusa. Ma il filosofo ci camminava davvero, in quella via dove oggi si mescolano studenti, biciclette e passeggini. Forse pensava, come fanno molti ancora, che a Torino si potesse smarrire il senso delle cose, per poi ritrovarlo diverso.
Proseguendo sempre su Via Carlo Alberto si arriva nella vecchia piazza d’armi: piazza Vittorio Veneto. I portici invitano ad una passeggiata circolare, tra colonne ed edere che si affacciano sulla vastità della piazza.
Alzando lo sguardo, sulle strisce pedonali di via Po, al primo piano del palazzo d’angolo vale la pena salutare con la mano quell’inquietante e affascinante ragazzo, tutto vestito di nero, con rami di curiosità che dal cappuccio si protendono sulla piazza: il nome dell’opera di Paolo Grassino è Metamorfosi.
Ancora protetti dai portici, a sinistra la piccola via Giulia di Barolo bisbiglia al viaggiatore di inoltrarsi per scoprire un edificio che sembra uno scherzo urbano: Palazzo Scaccabarozzi, detto la Fetta di Polenta. Così sottile perché disegnata per scherzo o per sfida dall’Architetto Alessandro Antonelli che poi l’ha intitolata a sua moglie Francesca, oggi il palazzo completa il quartiere con la stessa naturalezza dei panni stesi.
Dove il tempo si misura in chiacchiere
Proseguendo su Corso San Maurizio, costeggiando i Giardini Reali e infine svoltando in Corso Regina Margherita, basta seguire i suoni per ritrovarsi in Porta Palazzo, dove il mercato è una confusione di lingue e meraviglie, il tempo non si misura in minuti ma in chiacchiere. Le cassette di frutta si alternano ai tessuti, il profumo delle spezie si mischia al vociare. È un laboratorio urbano, più che un quartiere.
Il cammino potrebbe finire qui, nell’enorme mercato, ma per chi ha ancora fiato e voglia, c’è una traversa, su via Milano, dove alzando lo sguardo si vede lui: il palazzo con il piercing. Un anello gigante, qualche goccia di sangue color cemento che macchia la facciata, opera d’arte e provocazione insieme. Anche questa è Torino: architettura che si mette in discussione da sola.
E allora appare evidente che questo cammino potrebbe non finire mai: c’è sempre una traversa, un dettaglio, un portone semiaperto, altre opere tra cui quelle firmate da Rodolfo Marasciuolo disseminate nei luoghi meno attesi: piccoli gatti di bronzo nascosti tra le grate, lampioni romantici e rane che spuntano dai pozzi. Installazioni permanenti, sì, ma anche tracce. Indizi che raccontano una città che si lascia apprezzare da tutti e amare da chi ha la pazienza di fermarsi, di prendere un respiro in più, di socchiudere gli occhi per mettere meglio a fuoco i dettagli tra le ciglia.
Luoghi e opere citati:
Palazzo Madama
Giardino della Principessa
Palazzo Carignano
Circolo dei Lettori
Casa di Nietzsche
Piazza Vittorio – opera la Metamorfosi
Fetta di Polenta – Palazzo Scaccabarozzi
Mercato di Porta Palazzo
Palazzo con il piercing
Opere di Rodolfo Marasciuolo

