Nessuno credeva che Marco fosse torinese, nemmeno i suoi concittadini. Abitava dall’altro lato del Po, in una zona che veniva considerata solo precollina.
La situazione si fece più problematica all’arrivo di suo nipote Nicola, che gli ricordava di continuo che non era torinese.
I suoi genitori l’avevano mandato da Marco per farglielo tenere sott’occhio e respirare aria nuova, visto che aveva la tendenza a uscire con strane compagnie. Così colse l’occasione per mostrargli la sua città.
Le botteghe artigiane non erano proprio il luogo ideale per Nicola, anche se si era fermato una discreta quantità di tempo di fronte a un negozio di ricambi per bici.
– Stasera esco a Torino.
– Siamo già a Torino, – sbottava Marco dall’altra stanza, ben conscio di come il nipote si stesse riferendo a Piazza Castello, Via Roma e altri luoghi del centro, ma sapeva dove portarlo per convincerlo.
– Scendi ti devo far vedere una cosa.
Lungo il Po, tra murales e residenze sabaude
Si incamminarono seguendo il corso del Po, che con le sue acque calme rumoreggiava appena in sottofondo. Marco aveva iniziato a muoversi dal marciapiede verso il prato.
– Che stai facendo?
Marco si era chinato un poco e aveva fatto cenno di seguirlo.
Nicola ciondolava da una gamba all’altra ma, non trovando di meglio da fare, aveva deciso raggiungere lo zio.
Nel giro di una decina di metri strani agglomerati erano apparsi davanti ai loro occhi. Coni dai motivi tribali sbucavano come stalagmiti, piccole costruzioni saltavano fuori qua e là, grandi buche cementate ricoperte di graffiti interrompevano il terreno. Volti, figure preistoriche, scimmie, coccodrilli, giraffe e altri animali dipinti.
– Cos’è questo posto?
– L’ex zoo di Torino.
Nicola continuava a guardarsi intorno, sfiorando appena con le dita quelle bizzarre costruzioni.
– Spesso neanche i “veri torinesi” si ricordano di questo posto ma, nel tardo pomeriggio, i ragazzi si ritrovano qui ad ascoltare musica.
– E questi?
Nicola stava indicando i graffiti e i murales.
– Un museo a cielo aperto, per tutti. Da che so hanno chiamato artisti da ogni dove. Vieni andiamo a berci qualcosa.
Camminando, Nicola aveva puntato qualcosa in lontananza, sulla collina.
– Quello cos’è?
Marco aveva parato gli occhi con le mani per guardare: un edificio candido sbucava fra il verde del versante, con degli alberi che tentavano di celarlo senza riuscirci.
– Ah, Villa della Regina. È una bella scarpinata, non credo ti interessi.
Marco aveva costeggiato il fiume fino a un bar che stava proprio a pelo d’acqua, con un’ampia terrazza esterna. Poi era entrato e aveva salutato il barista. Nicola aveva visto a un tavolo un gruppo di ragazzi della sua età e li aveva salutati con un cenno. Marco chiese uno spritz per lui e un’aranciata per il nipote.
– Ma che? – si intromise Nicola.
– Sei sempre sotto la mia responsabilità.
Dei ragazzi al tavolo dietro risero. Nicola uscì dal locale lasciando lì l’aranciata.
– Dove vai?
– A Torino.
Marco si era seduto in terrazza a un tavolino da solo. Il Po continuava il suo percorso senza emettere un suono.
In bici sulle colline
La mattina successiva, Nicola aveva affittato una bicicletta. Non era nulla rispetto alla mountain bike che aveva a casa ma se la fece andar bene comunque. Ripercorse la strada fatta con Marco, davanti al manubrio aveva attaccato il telefono con il gps.
Dopo la svolta a destra iniziava la salita. Non c’era un grande dislivello, ma su quella bici sentiva già di dover forzare i pedali a collaborare. Le case si stavano diradando.
Cercava di pedalare il più veloce possibile, sperava che tornando al bar i ragazzi l’avrebbero invitato al loro tavolo. Ben presto si rese però conto che intorno a lui si ponevano dei traguardi più importanti: dietro di sé sentiva le Alpi che lo osservavano, mandando il loro vento freddo verso di lui. La sfida era facile, non avrebbe dimostrato nulla a nessuno, così le sue energie iniziarono a scemare. Al loro posto giungeva la consapevolezza di non riuscire ad arrivare neanche lì. Voleva battere quegli undici minuti che erano apparsi sul gps all’inizio del tragitto, voleva mettercene sei al massimo, eppure sembrava non avanzare.
Fino a che il viale alberato di fronte a lui non aveva iniziato a lasciar intravedere del bianco e del giallo, e una fontana in lontananza. Inchiodò davanti al piazzale.
– L’ultima volta che ti avevo visto pedalare avevi le rotelle, – Marco era seduto su un muretto, con una bicicletta rossa dietro di lui.
– Che ci fai qui?
– Ieri l’avevi indicata. Ma ora vieni e prendi questa.
Marco si era alzato e gli stava porgendo la sua bici.
– Cosa?
– Per allenarti bene hai bisogno di una vera bici e una vera pista.
Scesero giù per la collina con Marco che faceva strada fino a un enorme arco dal quale si intravedeva una pista, il Motovelodromo.
– Questo non lo trovavi in centro, che dici?
Marco fa l’occhiolino a Nicola ed entrano insieme al motovelodromo di un’unica Torino.
Luoghi menzionati nel racconto:
Parco Michelotti (ex zoo di Torino) – Corso Casale
Bar Bocciofila S.i.s., viale parco michelotti, 21/a
Villa della Regina – Strada Comunale Santa Margherita, 79
Motovelodromo Torino “Fausto Coppi” – Corso Casale, 144

