Paladina dell’inclusione, della diversità e dello schwa (il simbolo della vocale neutra), Vera Gheno, sociolinguista, traduttrice, ricercatrice dell’Università di Firenze e podcaster, è cresciuta in un brodo linguistico primordiale fatto di italiano, ungherese e veneto, un melting pot culturale che è diventato il suo punto di forza. Un amore per le parole che si coniuga perfettamente con quell’impegno sociale appassionato che l’ha resa celebre per i suoi interventi pubblici, culminati nel podcast settimanale Amare parole, prodotto da Il Post.
Per vent’anni consulente dell’Accademia della Crusca, Gheno ha scritto diversi saggi sull’importanza del linguaggio; e il successo del suo monologo teatrale, tratto dal libro Grammamanti. Immaginare futuri con le parole (Einaudi, 2024), conferma quanto sia importante continuare a parlarne. Con l’ultima monografia, la diciassettesima, intitolata Nessunə è normale (Utet Libri, 2025), la sua riflessione si sposta su una certezza e sulle sue conseguenze: “ciò che era normale ieri, oggi non lo è più”. E così, mentre gli impegni lavorativi la costringono a girare il mondo, appena torna nella sua città inforca lo scooter e si dirige verso la campagna fiorentina per immergersi nella natura. E aprire la mente a nuove intuizioni.
Che influenza hanno avuto le origini ungheresi sulla sua vita professionale?
«Sono nata in una cittadina molto piccola e dalla vocazione mineraria che ha un nome impronunciabile: Gyöngyös, a 80 chilometri a nord est di Budapest. Ma avevo tre mesi quando i miei genitori mi hanno portata in Italia. Avrei potuto non imparare l’ungherese, senonché, non solo mia madre è ungherese e ha studiato l’italiano per passione, ma mio padre, che è italiano, all’università ha deciso di studiare il russo e l’ungherese. Ho avuto fin da subito accesso a entrambe le lingue, a cui aggiungerei il veneto, che è il dialetto nativo di mio padre, imparato anche da mia madre per amore. È come dire che io sia cresciuta addirittura trilingue e questo ha sicuramente influito su di me, sui miei orizzonti culturali. Con mia mamma e mio papà ricorriamo spesso a quella che si chiama “enunciazione mistilingue”, per cui mischiamo le lingue anche all’interno della stessa frase».
Che legame le è rimasto con l’Ungheria?
«Con i miei genitori ho sempre viaggiato tanto. In Ungheria ho trascorso tutte le estati dell’infanzia. Quando ero piccolina ci stavo anche tre mesi. E ora, quando arrivo in questa mia cittadina soleggiata, polverosa, tutto sommato niente di che, il richiamo del luogo di sangue mi fa risuonare qualcosa. Ho la sensazione di avere un legame con quel luogo più che con tutti gli altri posti che ho visto al mondo finora, e ne ho visti tanti».
Tra tutti i viaggi che ha fatto, c’è un luogo in cui si è sentita più a suo agio?
«Sto bene un po’ ovunque ma, diciamo che ci sono dei posti del cuore. Fra i 10 e i 15 anni ho vissuto con i miei in Finlandia perché mio padre era stato invitato all’Università di Turku e quindi ho imparato anche il finnico per questioni di necessità, altrimenti a scuola mi bullizzavano. Mi è capitato di tornarci ed è un altro luogo che mi è molto caro. Poi quando avevo una ventina d’anni sono andata in Australia per un semestre. Ho studiato alla Monash University a Melbourne e devo dire in Australia mi sono sentita a casa e l’ho girata più o meno tutta. Sono molto legata anche al Sud-est asiatico e a Singapore, dove vive la mia migliore amica, un luogo che amo perché sembra uscito da un racconto cyberpunk: c’è l’elemento fantascientifico e poi c’è questa natura rutilante. E poi nel mio cuore ci sono la Norvegia, l’Islanda e il Messico. Uno dei bagni oceanici più belli che abbia mai fatto è stato nel Golfo del Messico, che continuerò a chiamare così nonostante Trump (che, dal primo giorno del suo mandato, ha deciso di chiamarlo Golfo d’America n.d.r.), dove ho trovato un’acqua oceanica tiepida, meravigliosa».
Il suo lavoro ha a che fare con il dialogo tra persone, esiste un luogo dove le sembra possa essere più facile comunicare?
«No, perché siamo animali sociali, come diceva Aristotele,
e quindi già solo imparare a dire la parola “grazie” nelle varie lingue del mondo è qualcosa che aiuta a creare relazioni con chiunque. Sono, però, rimasta molto colpita dall’attenzione all’altro che ho visto in Corea del Sud. Mia figlia è fissata con la Korean New Wave cinematografica e, per due anni di fila, siamo state soprattutto a Seul. Quello che mi ha stupita è che le persone fanno molto caso a ciò che succede attorno a loro: se eravamo in difficoltà, c’era sempre qualcuno che si faceva avanti per offrire il proprio aiuto. Pensavo che fosse un’intrinseca gentilezza del popolo coreano poi, mi sono resa conto che la loro è una cultura che ha molti elementi del collettivismo, quindi questa maggiore attenzione agli altri è istintiva. Non è tanto una questione linguistico-comunicativa quanto un’attitudine che mi piacerebbe venisse recuperata di più anche in Italia. Sono convinta che la direzione che prende la nostra società, tra mille mugugni, dipenda moltissimo dalle nostre scelte individuali anche quando sembrano essere irrilevanti rispetto al quadro generale. La società, alla fine, è la somma dei comportamenti individuali dei suoi membri».
L’ultimo saggio di Vera Gheno, Nessunə è normale, è uscito a giugno 2025 per UTET Libri.
Ha trovato una sorta di “casa della lingua” in Italia?
«In prima battuta mi viene da dire la Villa Medicea di Castello alle porte di Firenze, sede dell’Accademia della Crusca. Per la mia vita quelle sale, dove gli accademici si sono formati e hanno studiato gli incunaboli per scrivere la prima impressione del vocabolario, che poi esce nel 1612 e rivoluziona la lessicografia italiana, hanno contato tantissimo. Dopodiché devo dire che forse la casa della lingua è proprio fra le persone. Tutte le volte che mi capita di avere un incontro pubblico, sento pulsare questa naturalezza della competenza linguistica e mi rendo conto di quanto sia rilevante la lingua come strumento di comprensione reciproca, di costruzione del mondo nel quale magari vorremmo vivere».
La sua scelta di occuparsi di diversità, equità e inclusione è nata in un luogo preciso?
«Il femminismo l’ho scoperto quando, dopo i 40 anni, ho sbattuto la testa contro il muro di cemento del patriarcato. Mi sono resa conto che tanti comportamenti che davo per scontati, in realtà sono manifestazioni di una visione androcentrica che tende ancora adesso a marginalizzare le donne. Per molto tempo per me è stato naturale e molto imbarazzante che questo succedesse. Poi a un certo punto mi sono resa conto che quel disagio non era necessario da vivere, che il modo migliore per tenere soggiogata una determinata parte della società è non darle gli strumenti di comprensione per capire ciò che le sta succedendo».
Dove secondo lei queste problematiche sono ancora particolarmente forti?
«Un po’ ovunque ma, isolerei tre luoghi fisici: il luogo di studio, soprattutto l’università, il luogo di lavoro, e la città. Anche inconsapevolmente, ragazzi e ragazze vivono in maniera differente. Invito spesso le mie studentesse a pensare a questi comportamenti dettati da regole di sopravvivenza diverse da quelle dei loro coetanei maschi».
Riguardo l’uso dello schwa, le sembra ci siano luoghi dove viene maggiormente accolto e utilizzato?
«Dove è più naturalizzata la presenza di persone gender questioning, che si fanno domande sul proprio genere, quindi in contesti come il Cassero a Bologna o il Circolo Mieli a Roma, o in altri circoli LGBT con una vocazione queer, è normale usare lo schwa o l’asterisco. In un contesto meno preparato, per evitare di essere incompresa, magari uso altre formule, come: “Buonasera a chi è presente”, per essere comunque inclusiva dal punto di vista del genere».
Il concetto di normalità è al centro del suo ultimo saggio…
«Cerca di spiegare come da semplice valutazione statistica, di qualcosa che occorre più comunemente, “normale” sia diventato un giudizio di merito o di demerito. La nostra è una società normo-centrica, misura il valore delle persone in base alla loro vicinanza o lontananza da questo concetto di normalità che però è molto aleatorio, perché ciò che era normale ieri non lo è più oggi e ciò che lo è oggi non lo sarà domani. Questo è il punto di partenza».
Abita a Firenze, che rapporto ha con questa città?
«Vivo a Firenze da quando avevo 15 anni. Sono cresciuta a San Frediano, in Oltrarno, il quartiere di Vasco Pratolini. Molto popolare, molto vicino al centro, la rive gauche di Firenze, ma con una logica medievale, di quartiere, di prossimità. Negli anni ‘90 era ancora molto vivo, pieno di botteghe, ora si è gentrificato, riempito di localini e affitti a breve termine e molti dei suoi abitanti originari non ci sono più. Io ho scelto il quartiere dell’Isolotto, un po’ più periferico, a quattro chilometri dal centro. Un quartiere il cui primo nucleo risale agli anni ’50, voluto da Giorgio La Pira, e costruito con criteri simili a quelli della Garbatella a Roma: tanto verde e palazzi contenuti. Credo sia uno dei quartieri più verdi della città».
Di Firenze cosa ama di più?
«Quando ho tempo, mi piace prendere lo scooter e andare verso Arcetri, sopra piazzale Michelangelo. È una parte della città collinosa, percorsa da viuzze molto strette e poco frequentate. Di Firenze trovo particolarmente affascinante il fatto che, conoscendo le strade giuste, in un attimo sei in campagna. Per esempio da casa mia si può andare in direzione di due paeselli che si chiamano Ugnano e Mantignano, e ti trovi subito in aperta campagna. Firenze ha questa magia che in un quarto d’ora sei in mezzo alle vigne, agli ulivi e ai boschetti e questa mi sembra una grande risorsa».
Ha un luogo del cuore per scrivere, meditare, lavorare?
«Casa mia. Sono ombelicale in questo, ma io la vivo come fosse la casa in cima al faro in mezzo all’oceano. Sono cresciuta in una casa medievale, un ex convento, con muri di 60 centimetri e finestre molto piccole. Ho voluto una casa con grandi finestre, invasa di luce e piena di piante. E se penso che per metà settimana sono sempre in giro e dormo in hotel, quando torno a casa per me è il posto dove sto meglio. Posso passare interi giorni senza uscire, è il mio luogo del cuore».
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