Nonostante la propaganda persiana lo ritraesse come una persona austera, che si alzava all’alba e meditava prima di consumare una colazione frugale cui, certi giorni, non faceva seguito altro cibo per tutto il giorno, Mohammad Reza Pahlavi non ha mai amato la moderazione o la sobrietà. Fin dal suo insediamento, infatti, lo scià fece tutto il possibile per ostentare lo splendore dell’impero persiano, circondandosi di lusso ed esibendolo in occasione di eventi come la propria cerimonia di incoronazione imperiale nel 1967 o la festa organizzata alle rovine di Persepoli nel 1971 per celebrare i 2.500 anni della monarchia persiana.
Non c’è quindi da stupirsi se, quando Mohammad Reza Pahlavi morì all’ospedale militare Maadi del Cairo il 27 luglio 1980, nemmeno il suo certificato di morte fu caratterizzato dalla sobrietà, come dimostra il fatto che a firmarlo furono non uno bensì dieci medici. Sette egiziani e tre francesi, per la precisione. Né fu insolito che Anwar al-Sadat, presidente dell’Egitto, decretasse sette giorni di lutto, annullasse le celebrazioni per il 28° anniversario della rivoluzione egiziana e organizzasse un corteo funebre di tre chilometri, la distanza tra il centro del Cairo e la moschea di Rifaie dove fu sepolto.
Anche la morte dello scià ebbe una vasta copertura mediatica. Giornali, riviste, radio e televisioni di tutto il mondo riportarono la notizia, anche se non sempre con gli stessi toni. Mentre il mondo islamico dava l’addio a un amico e l’Occidente rendeva omaggio a un alleato che era stato cruciale in Medio Oriente, il regime iraniano lo definiva una «sanguisuga».
Mohammad Reza Pahlavi era nato a Teheran il 26 ottobre 1919. Era figlio di Reza Shah, un ufficiale militare praticamente analfabeta che, nel 1921, decise di organizzare un colpo di Stato contro il monarca Ahmad Shah, approfittando dell’appoggio delle autorità britanniche che, interessate alle materie prime della regione, avevano bisogno di un governo stabile e complice in Iran. Una volta salito al trono, conquistato nel 1925, il popolano Reza Khan fondò la dinastia Pahlavi, fino ad allora inesistente, e governò l’Iran in modo autoritario finché non abdicò a favore del figlio nel 1941, tre anni prima della sua morte, avvenuta il 26 luglio 1944. Mohammad Reza Pahlavi, come suo padre, ebbe l’approvazione delle grandi potenze europee e nordamericane.
Mohammad Reza Pahlavi alla propria cerimonia di incoronazione imperiale nel 1967.
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Anche se alcune immagini nostalgiche sembrano far pensare a tempi migliori, il governo di Mohammad Reza Pahlavi, che aspirava a trasformare l’Iran in una società di stampo occidentale, fu segnato dalla mancanza di libertà e dalle violazioni dei diritti umani. Nonostante tutti i problemi del paese, lo scià appariva spesso sulle riviste mondane dell’epoca, che preferivano ammirarne le incredibili ricchezze e raccontarne la vita privata.
Pur avendo sposato Fawzia, una regina egiziana, dalla quale ebbe una figlia, il matrimonio ebbe vita breve perché lo scià si innamorò a prima vista di Soraya Esfandiary-Bakhtiari, espressione che in questo caso non è esagerata, poiché (secondo la leggenda) il colpo di fulmine avvenne dopo che ne ebbe vista una sola fotografia. I due si sposarono innamorati, ma Soraya fu poi ripudiata perché non fu in grado di dargli un erede maschio. Lo scià sposò quindi la sua terza e ultima moglie, Farah Diba, una studentessa di architettura di quasi 20 anni più giovane, conosciuta grazie alla figlia avuta da Fawzia.

