Un signore con un bastone fa avanti e indietro scrutando i ciuffi di erbe spontanee tra le toppe di cemento; e una ragazza, macchinetta al collo, naso al cielo e occhi vivi, sembra cercare costellazioni in pieno giorno, nella galassia di panni stesi che svolazzano sui balconi; e un ragazzo stringhe diverse, un violoncello sulle spalle e occhi chiusi, è rapito dalla musica suonata dal Balconcino; e allo stesso ritmo si scatena una famigliola, papà con una maglia degli U2, mamma con una matita tra i capelli e due piccole pesti vestite uguali; e una donna dal maglione troppo grande sta seduta in un angolo e un ciclista…Sono tutti lì, nel cortiletto interno di via dei Mercanti 3, perché passavano.
La magia di un cortile
Passavano di lì, papà mamma e le due figlie mentre esploravano il reticolato di stradine strette e improbabili botteghe che sembrano ferme al medioevo del quartiere della Contrada dei Guardinfanti, tra le traverse di via Garibaldi. La sorella maggiore reggeva una mappa tutta spiegazzata di Torino, la minore seguiva con una bussola e i genitori fingevano di non aver vissuto i loro anni di università tra quelle vie e lasciavano che si perdessero in quel labirinto di case alte alte tra cui restava solo un piccolo corridoio di cielo.
“Di qua!” “No di là!”, gli indici delle piccole sembravano palloncini lasciati all’aria senza nodo tanto erano randomiche le traiettorie seguite. Non c’era un ragione per cui bisbigliare ma, sotto agli stemmi della contrada che costellano le vie del quartiere, non doveva, ai loro occhi non ancora iniziati al mondo del verosimile, sembrare troppo assurda la presenza dietro l’angolo di un pirata o di uno stregone.
“Shhh” si blocca la grande, all’improvviso fattasi piccola piccola. “lo sentite anche voi?” . Seguendo una voce metallica, la famiglia si trova davanti al citofono di un palazzo giallo un po’ scrostato.
Torino in musica
Passavano mille idee, tutti i giorni, per la testa del ragazzo con le stringhe diverse. Ma mai una che non fosse stata già nella testa di qualcun altro. E allora la scartava e ne cercava un’altra nuova. Finiva per vagare nel vuoto, rifiutando ogni riferimento che potesse portarlo su strade già percorse.
Vagava con quel nulla cosmico in testa di ritorno a casa da un pomeriggio a “far semaforo” suonando il violoncello davanti alle fontane di piazza Castello – gli piaceva dire così nonostante non ci fosse semaforo, solo per sentirsi un po’ circense ed evadere dal definirsi studente di conservatorio, iniziava a sentirsi stretto – quando si era trovato ai piedi una lavagnetta, davanti al portone del civico 3 di una qualche via che non si era preoccupato di leggere prima di prendere. Annunciava alle sei un concertino dal Balconcino con poeti, cantanti, collettivi. Dal citofono, usato a radio, era esposto il programma: gran finale di una band punk lirica, chitarra punk e cantante che ha studiato al Regio. E mentre il ragazzo, seguendo un’allegra famigliola, decide di attraversare il portone, il vuoto cosmico inizia a riempirsi di scintille e tutto sembra impaziente di prendere un senso che non gli è dato.
Passava parola, nell’ufficio della ragazza con la macchinetta al collo, che domenica ci sarebbe stato un poeta ospite speciale al concertino. Ne aveva sentito parlare di quel concertino, ma non ci era mai andata, non ne aveva mai avuto tempo. O forse non si era mai permessa di averne e piano piano si era spenta. Ma la notizia del poeta aveva agito da defibrillatore e le aveva dato energia quanto bastava per uscire di casa. Era arrivata alle sei e cinque ed era entrata di corsa. Dal centro del cortiletto interno si guarda attorno. Su ogni lato del cortile una porticina dà sulle scale del condominio e un piccolo lampione ne illumina l’ingresso. Nonostante sia all’aperto, accanto ad ogni porta, è appeso il quadro di un gattino che sembra stiracchiarsi, pronto per lo spettacolo, o forse a cacciare un topolino. Balconi pieni di piante e file di panni stesi tappezzano il perimetro di mura e le lenzuola svolazzanti si fanno il solletico per svegliarsi dal torpore e la federa dice al copriletto di aprire le orecchie, sta per iniziare.
Il tempo scandito dalla musica
Passavano ore e stagioni, passavano anni e il signore si appoggiava al bastone, quasi non se ne accorgesse del tempo che passava, ma si trovasse, ancora prima di rendersene conto, a doverlo accettare. Da ormai settecentoventi domeniche era lì, sempre al concertino dal Balconcino, ed era finita per diventare la sua unica unità di misura del tempo. Le piante crescevano, le crepe tra i muri aumentavano, così come le rughe sui volti, e i bambini dei condomini del cortiletto diventavano ragazzi.
Lui guarda a terra, ascolta musica, poesie, la solita rassegna politica e solo così continua a girare con la terra.
E passano le settimane e alle sei il portone si apre e il cortile diventa platea e il Balconcino palco, e accade questo disturbo, un’ora di quiete pubblica che rompe il muro del silenzio.

