È difficile apprezzare Torino dopo aver vissuto venticinque anni a Milano. Isabella se n’era accorta fin dal primo giorno, quando si era recata al capolinea del 16 e l’orario previsto da Google Maps non aveva coinciso affatto con il suo effettivo arrivo.
Il ritardo dei mezzi pubblici era solo uno dei motivi che le rendevano difficile ambientarsi a Torino. Quando andava in bicicletta, la gente non si spostava al suo passaggio. Abituata alla multiforme giungla umana, si ritrovava a dover urlare permesso tra persone che, placide, camminavano senza fretta. Erano tutti gentili, e questa sì che era una novità piacevole, ma schivi. Anche i suoi compagni si mostravano restii a fare gruppo al di fuori dell’orario di lezione.
Curiosando tra il Balon e Porta Palazzo
Per questo si ritrovava spesso a gironzolare senza meta per la città, attraversando i viali alberati, ancora verdi a settembre, i palazzi tutti a balze liberty, i parchi gonfi di curve. E una domenica era inciampata nel Balon. Si era sentita un piccolo pesce che, intento a seguire il suo sentiero d’alghe, non si era accorto di essere finito nella bocca di una creatura, immobile ma vigile.
Il Balon era chiaramente un essere vivente. I talloni poggiavano sul Mercato Centrale; le gambe, una dritta e l’altra più corta e ricurva, si srotolavano per via Goffredo Mameli e Borgo Dora; il torace era l’incontro tra le due vie, laddove Mameli, simile a un affluente, si rimetteva in Borgo Dora; il braccio, uno solo, ripiegato a cerchio, nel Cortile del Maglio; e infine il capo, nella piazza accanto al Giardino Pellegrino.
Ci arrivò da Porta Palazzo, voleva comprare al Mercato il suo ammorbidente preferito a basso prezzo. Ma vedendo quest’essere zoppo, con le tasche colme di accendini degli anni ’70 e pantaloni cargo color pompelmo, non riuscì a rifiutare l’invito. Iniziò percorrendo il piede destro, girando poi lungo la gamba sinistra, in Borgo Dora. Prese un bicchiere di campari al Brocante. Si perse tra pellicce a pois e quadri di bassotti vestiti da ammiragli. Trovò tra la chioma del Balon la prima edizione di Diabolik, quella del ‘62. La comprò. Quando uscì da quello strano tunnel festante si sentì come scesa dalle montagne russe. Si rifugiò nel Giardino, quasi per assicurarsi di non avere coriandoli attaccati ai vestiti. Per la prima volta la città le aveva parlato. Era stata una bella chiacchierata.
Fu forse per quel motivo che rispose al saluto di alcuni ragazzi appoggiati ai gradoni di cemento. Erano quattro, fumavano, avevano la pelle vissuta come i mattoni della piazza. Non si aspettavano una risposta, lo capì dall’allegria che ricevette indietro. Uno di loro si staccò dal gruppo e la raggiunse. Aveva un completo adidas in taslan anni ’90, rosso ciliegia, davvero bello. Glielo disse. Fece una giravolta su sé stesso per farsi ammirare. Si chiamava Tijan. Le chiese se potesse farle compagnia e lei accettò, anche se aveva finito il giro di compere. Aveva la risata più bianca che Isabella avesse mai visto, ma l’espressione tremante. Gli chiese quanti anni avesse e si ritrovarono coetanei, ma a Tijan non bastò per aggiustarsi le crepe del sorriso. «Scusa, non so come comportarmi. Di solito chi non è di Barriera non parla con noi».
Lei si girò a guardarlo e si scoprì sola quanto lui. Gli propose di portarla nel suo posto preferito di Torino, a lei aveva aiutato a stare meglio. Lo vide grattarsi il mento. «Va bene. Ma devi fidarti. È un po’ nascosto.»
In giro con Tijan
Attraversarono il Ponte Carpanini, continuando dritto per un quarto d’ora, inoltrandosi in Barriera tra cortili stretti, portoni segnati dal tempo, panni stesi su balconi. Sui muri erano dipinti i colori della bandiera della Palestina. L’autunno sembrava essersi dimenticato di quel quartiere, troppo intento a imbrunire strade d’altri paraggi. Si fermarono in via Baltea 3. Era un edificio tutto tatuato di murales variopinti. Tijan salutò un gruppetto di amici che giocavano al biliardino. Loro risero e lui arrossì.
Dentro c’erano signori intenti a giocare a scacchi e donne anziane che uscivano con sacchi di pasta verde e rosa. Bastava avvicinarsi al bancone del bar per sentire l’odore di cumino, di cannella, di miele. Le spezie potevano essere acquistate.
Si sedettero accanto a una parete tappezzata di volantini di eventi jazz. Lui ordinò due tè alla menta che li aiutarono a sciogliere il nodo alla gola.
Tijan viveva in Italia da solo, i suoi genitori erano ancora in Gambia. Le raccontò del suo lavoro alla pizzeria, della difficoltà del rinnovo del permesso di soggiorno. Della sua passione per la musica raggae e per il calcio. Lei gli raccontò del trasferimento a Torino e del corso di laurea in psicologia. Quando lui vide lo sfondo del suo telefono le chiese se fosse l’Africa. Isabella rise e gli spiegò che era Salina. Continuarono a quel modo fino a sera, passandosi a vicenda tasselli di vita e posizionandoli dentro a puzzle mai composti prima. Si sfidarono a carte, a biliardino. E a Isabella, per la prima volta, Torino non sembrò poi così inospitale.

