Quando aveva cinque anni e il suo migliore amico le chiese cosa volesse essere, Carmen Giannattasio non aveva dubbi: Cleopatra. «Già da quella risposta c’era da aspettarsi che avrei fatto nella vita qualcosa che uscisse fuori dai canoni», racconta Giannattasio che, in effetti, è rimasta fedele a quel proposito. Nel giro di pochi anni è diventata, infatti, un soprano di fame mondiale che, dal piccolo paese di Solofra, in Campania, è arrivata a esibirsi in tutto il mondo. Lodata dalla critica internazionale per il suo talento e la sua voce, è riuscita a entrare nello showbiz in punta di piedi stringendo amicizia con artiste come Judi Dench e attirando la simpatia e la stima di professionisti come Karl Lagerfeld ed Ezio Bosso. Dopo essersi esibita al G7 della Cultura a Pompei insieme ad Andrea Bocelli nel 2024 ed essere stata insignita dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Stella della Repubblica Italiana, Carmen Giannattasio si prepara a un’estate ricca di impegni. Come l’esibizione della Tosca al Festival Pucciniano di Torre del Lago il 9 agosto.
In che fase della vita è?
«Sono sempre in continua evoluzione perché non mi piace fermarmi. Non mi sono mai fatta inscatolare da nessuno e, in questo, credo molto a Flaubert che diceva che non amava essere amato da tutti: ho fatto mia quella lezione, cercando di portare avanti una personalità specifica ben consapevole che non si può piacere a tutti. Preferisco prendermi una sola fetta di quella torta senza chiedere niente di più».
Questa personalità ce l’aveva anche da bambina?
«Direi di sì. Ho avuto un’infanzia felice, piena di amore e di attenzioni, anche se i problemi sono iniziati durante l’adolescenza, che è il momento più delicato dell’esistenza. Avevo un carattere particolare e uno stile che usciva fuori dagli schemi, particolarmente eccentrico. Non avendo all’epoca tutti i riferimenti che ci sono oggi questa eccentricità mi ha portata a subire diversi atti di bullismo che hanno, però, forgiato il mio carattere».
In che modo l’hanno forgiata?
«Ho capito che avrei dovuto andare avanti a testa alta, fiera e senza mostrare una lacrima. Questa sofferenza è stata per me una ricchezza, perché mi ha aiutata a farmi strada in un lavoro molto difficile e molto competitivo che, in un certo senso, ho vissuto come una sorta di riscatto».
La provincia le è mai stata stretta?
«Sì e no, perché vengo da una famiglia super internazionale considerando che mio padre era proprietario di un’azienda di pellami molto conosciuta, la stessa che ha realizzato il famoso giubbino rosso di Michael Jackson per il video di Thriller. Anche se non mi sono mai voluta interessare dell’azienda di famiglia, che è stata rilevata da mio fratello, ho respirato un’aria di libertà che mi è sempre rimasta dentro».
Falstaff di Giuseppe Verdi Direttore: Daniel Harding Regia: Robert Carsen Scene: Paul Steinberg Costumi: Brigitte Reiffenstuel Luci: Robert Carsen e Peter Van PraetRudy Amisano
Qual era la sua aspirazione all’epoca?
«Volevo diventare una giornalista, e infatti, in tempi non sospetti, ho deciso di laurearmi in russo perché già mi vedevo inviata nei paesi slavi. L’incontro con Leyla Gencer, grande soprano rivale della Callas, mi ha portata però a percorrere un’altra strada. A quel tempo studiavo anche canto e pianoforte al Conservatorio, ma non credevo che l’arte sarebbe diventata il mio lavoro, la vedevo come una cosa in grado di completarmi come essere umano».
Quand’è che Carmen Giannattasio ha incontrato la prima volta la musica?
«A due anni, quando andavo all’asilo dalle suore e ho scoperto il pianoforte. Ho chiesto ai miei genitori di prendere lezioni e l’insegnante che mi seguiva si è accorta per prima della mia voce che ho iniziato a coltivare abbastanza tardi, a 18 anni. A 24, però, ero già alla Scala, è stato tutto molto rapido».
Il primo approccio con Milano?
«Sono stata catapultata dal Conservatorio direttamente in città: all’inizio è sempre difficile prendere le misure con una realtà nuova ma, ormai, ci sono abituata. Nella mia vita ho vissuto otto anni a Londra, sette a Varsavia, un anno a Stoccolma e un altro anno tra New York e Los Angeles. Abbiamo sempre paura dell’ignoto ma, quando lo conosciamo, impariamo pian piano ad apprezzarlo, anche se tornare alla mia terra e alle mie radici è sempre un’emozione incredibile. Per tutti i traguardi che puoi ottenere, saranno sempre le piccole cose a fare la differenza. La famiglia, un piatto di pasta fatto come si deve…».
Cosa vuol dire successo per lei?
«Avere la libertà di scegliere ciò che vuoi, con chi vuoi e dove vuoi: questo è il vero lusso”.

