Gianni Berengo Gardin è morto ieri sera: la notizia è stata confermata dalla figlia al Corriere della Sera. Aveva 94 anni. Fotografo tra i più importanti del Novecento italiano, ha attraversato oltre settant’anni di storia con uno sguardo sempre rivolto alla realtà e alla gente.
Nato a Santa Margherita Ligure il 10 ottobre 1930, da una famiglia veneziana, Berengo Gardin amava precisare che la sua vera città era Venezia: «Sono nato in Liguria solo perché mia madre dirigeva l’Hotel Imperiale di Santa Margherita», raccontava.
Fu a Venezia che si formò e visse l’infanzia, prima di trasferirsi a Milano, dove iniziò la carriera fotografica dedicandosi fin da subito al reportage e all’indagine sociale. «Non ci tengo a passare per artista, l’impegno stesso del fotografo non dovrebbe essere artistico, ma civile».
Una fotografia civile, sempre in bianco e nero
Gianni Berengo Gardin ha lavorato sempre in bianco e nero. Il colore non gli interessava, quasi lo disturbava. Con la sua inseparabile Leica, ha continuato a scattare fino all’ultimo, pur ammettendo con ironia: «La porto con me perché se non ce l’avessi mi direi continuamente “questa sarebbe stata una bella foto”; portarla con me, oltre che a farmi da contrappeso per la spalla, mi aiuta a essere più critico. Alla fine però di fotografie non ne scatto mai».
La pellicola era per lui una scelta di coerenza: «È più morbida, più plastica, mentre il digitale è sempre più freddo, metallico, netto». E su Photoshop, la posizione era netta: «Sono contrarissimo. È inammissibile che uno ritocchi le foto, aggiungendo un palo, togliendo un’automobile. Io pretendo sempre di vedere quello che realmente il fotografo ha visto». Per questo, negli ultimi dieci anni, faceva apporre sulle sue foto un timbro: «Vera fotografia, non modificata né inventata con il Photoshop».
Il colpo di fulmine con la fotografia sociale
La sua vocazione nacque da ragazzo. Aveva 24 anni e uno zio in America, che gli fece arrivare una selezione di libri consigliati da Cornell Capa, fratello di Robert. Erano volumi con le immagini di Life, della Farm Security Administration, di Dorothea Lange, di Eugene Smith. Quell’invio cambiò tutto: «Mi sono detto: io faccio foto cretine. Con la fotografia si può davvero fare un lavoro serio, di denuncia, di racconto».
E così fece. Dopo le prime pubblicazioni su Il Mondo di Mario Pannunzio nel 1954, la svolta arrivò nel 1963 con un premio al World Press Photo. Nel 1965 si stabilì definitivamente a Milano, lavorando con le principali testate italiane ed estere, con il Touring Club Italiano, l’Istituto Geografico De Agostini e pubblicando oltre 200 libri fotografici.
«Morire di classe»: il reportage che cambiò la percezione dei manicomi
Nel 1969, insieme a Carla Cerati, realizzò Morire di classe, un’inchiesta visiva sui manicomi italiani voluta da Franco Basaglia. Le immagini scosse l’opinione pubblica e contribuirono a gettare luce su una realtà allora nascosta. Anni dopo, Berengo Gardin ricordava la violenza psicologica di quelle visite: «A Firenze ci fecero passare per parenti. Alla sera eravamo così frastornati che salimmo sul primo treno… ma ci accorgemmo troppo tardi che stavamo andando a Roma, non a Milano». Il libro, ancora oggi, viene utilizzato nelle facoltà di psichiatria.
Olivetti, il paesaggio industriale e l’impegno costante
La sua macchina fotografica ha attraversato la trasformazione dell’Italia: cantieri, fabbriche, paesaggi urbani e rurali. Memorabile la sua collaborazione con Olivetti, celebrata anche da una mostra recente a Torino, curata da Margherita Naim e Giangavino Pazzola. Berengo Gardin ha esposto in oltre 200 mostre personali in Italia e all’estero. È stato premiato con il Leica Oskar Barnack Award (1995), il Premio Brassai (1990), e inserito nel 1972 tra i 32 World’s Top Photographers da Modern Photography. Cecil Beaton lo citò nel suo The Magic Image, mentre E.H. Gombrich lo scelse come unico fotografo da citare nel libro The Image and the Eye.
Negli anni Settanta conobbe Henri Cartier-Bresson grazie alla galleria Il Diaframma di Lanfranco Colombo. Uno degli ultimi incontri tra i due risale al 1995 ad Arles. «Henri mi portò in libreria per comprarmi il suo Carnet Mexicains, poi si sedette con me a un tavolino e mi scrisse una dedica: “A Berengo, con l’amicizia e l’ammirazione di Henri”. È stato come ricevere una medaglia d’oro».

