Paolo Fresu, trombettista e compositore di fama mondiale, è un instancabile viaggiatore che ama esplorare territori, geografici e artistici, sempre nuovi. Il suo recente album Kind of Miles, per esempio, opera musicale e teatrale che rievoca la storia e il talento del grande Miles Davis, arriva dopo aver reinterpretato in chiave jazz con Daniele di Bonaventura le laudi del XIII secolo nel progetto Altissima luce – Laudario di Cortona, con sonorità altamente suggestive per un viaggio musicale nella sfera più spirituale. Alla direzione artistica di Jazz on Simphony rassegna del Teatro Comunale di Bologna, città in cui vive, invece, Fresu ha l’occasione di creare progetti musicali che uniscano il mondo jazzistico con quello sinfonico, come è accaduto con lo spettacolo The man I love, con Ornella Vanoni, Malika Ayane e Simona Molinari la scorsa primavera.
In questa estate 2025, oltre alle date in tour con il grande pianista cubano Omar Sosa con il quale ha scritto l’album Food per la sua stessa etichetta discografica Tǔk Music (altra avventura fortemente voluta), Paolo Fresu torna finalmente nella sua Berchidda, in Sardegna, per Time in Jazz, il festival da lui ideato per accendere i riflettori su questo borgo della Gallura profonda, dove è nato e cresciuto. Quest’anno la rassegna musicale, in programma dall’8 al 16 agosto, è giunta alla trentottesima edizione e si intitola What A Wonderful World, come cantava (e suonava) Louis Armstrong, “un inno alla vita e alla bellezza di cui abbiamo sempre più bisogno”, spiega il musicista sardo, instancabile esploratore di nuovi mondi.
È vero che quando viaggia per lavoro, si diverte a fare da guida agli altri?
«Sì, confermo. Mi succede spesso, quando vado nelle città che conosco bene, penso a Berlino, Londra o Parigi. Se sono con qualcuno che non ci è mai stato, mi diverto a portarlo in giro, a fargli scoprire angoli che io, a mia volta, ho conosciuto grazie a colleghi del posto che magari mi hanno ospitato in passato per suonare insieme. A pensarci bene, potrei davvero fare delle piccole guide di viaggio dei luoghi che amo, visti con gli occhi di un musicista».
Come musicista ha un approccio privilegiato ai luoghi che visita?
«La possibilità di vedere i luoghi attraverso lo sguardo della gente che li abita è uno degli aspetti che mi fa amare così tanto il mio lavoro. Farsi portare dove scorre l’esistenza delle persone che vivono lì, dove tu ti fermerai solo una notte, è un’immersione totale in nuovi mondi, una sensazione unica che poi cerco di restituire quando torno in quei posti e mi improvviso guida per gli altri».
L’album Kind of Miles (Tuk Music) è uno dei tanti progetti di Paolo Fresu in tour nei teatri. Info: paolofresu.it (Foto in alto di Roberto Cifarelli).
Ha un suo continente del cuore?
«L’Africa, dove ho sempre l’impressione di poter sperimentare una nuova esistenza in un mondo diverso dal mio. L’esperienza che più mi ha segnato è stata la permanenza, qualche anno fa, di oltre un mese, viaggiando tra Sudafrica, Etiopia, Kenya, Gibuti e Madagascar. È stato un viaggio toccante, con alcuni musicisti francesi e una macchina affittata sul posto: ogni notte ci fermavamo in un piccolo club a suonare con i musicisti del luogo, a tappe. Ricordo anche un meraviglioso incontro con gli artisti Zulu… L’Africa è il continente nel quale mi sento realmente a casa: cieli bassi, i colori, le nuvole, le persone… ogni volta è un’occasione di innamoramento».
Altri viaggi fuori dalle rotte tradizionali che hanno lasciato il segno?
«In Colombia, invitato dall’Istituto italiano di cultura, ho noleggiato una jeep e con mia moglie siamo andati alla scoperta dei paesi dei campesinos, nonostante tutti ce lo sconsigliassero; in Canada ho viaggiato attraverso le Montagne Rocciose, da Vancouver sino a Edmonton. Indimenticabile».
La musica può aiutarci a scoprire l’essenza dei luoghi?
«Certo: musica e cibo sono i due modi migliori per fotografare un luogo, per farcelo conoscere al di là della cartolina. Non a caso ho una passione fortissima per la musica africana, a iniziare dagli straordinari musicisti del Maghreb. È un riflesso del mio amore per il continente. La relazione tra geografia e musica è fortissima. Penso a quanto ha fatto la musica irlandese per la sua terra. È un elemento costitutivo di quella nazione che ha messo il suo strumento musicale più emblematico (l’arpa n.d.r.) nella sua bandiera».
È anche quello che accade a Berchidda con il suo festival Time in Jazz?
«Se non ci fosse stata la musica, sicuramente Berchidda sarebbe rimasta un segreto meraviglioso, del quale avrebbero potuto godere solo i miei concittadini. Invece quei panorami, la natura incontaminata, le chiesette sperdute nelle campagne, un nuraghe sconosciuto, i ruderi attraversati all’improvviso da un gregge di pecore… sono diventati un’attrattiva turistica, hanno creato posti di lavoro, hanno favorito uno sviluppo sostenibile, con attività, come la scuola di musica (con l’associazione Il jazz va a scuolan.d.r.), che sono in funzione tutto l’anno, non solo nel periodo del festival».
Paolo Fresu in uno dei suoi tanti progetti live © Evgeni Dimitrov – Bulphoto Agency
La sua casa è piena di ricordi di viaggio. Come sceglie gli oggetti da portare con sé?
«Ogni oggetto per me è un ricordo indelebile di un luogo, lo scelgo d’impulso, senza pensare. Ho delle sculture monumentali acquistate a Dakar, in Senegal, per esempio, e non ho idea di come siano riusciti a imbarcarle in aereo».
Il jazz è nato nella cultura afroamericana ed è frutto di un viaggio, di una migrazione forzata. Quanto i viaggi influenzano la sua arte?
«Moltissimo, la musica è sempre il risultato di un “attraversamento”, è il prodotto di uno scambio, di un intreccio spesso inestricabile di relazioni. La mia si nutre di ascolti lontani, di jam session con artisti conosciuti su un palco in Senegal come in India. Ogni incontro con culture altre è uno straordinario arricchimento. Grazie ai viaggi, ho la fortuna di poter imparare in continuazione».
C’è stata un’esperienza in particolare, all’estero, che le ha cambiato lo sguardo?
«Quando sono arrivato a Parigi, dove ho vissuto a lungo, alla fine degli anni ’80, l’immigrazione in Italia praticamente non esisteva. Ho scoperto in Francia il senso della parola métissage, nel senso proprio di melting pot che arricchisce. Frequentare musicisti stranieri come me, che venivano dall’isola della Réunion, dal Madagascar, dalla Martinica e da tanti altri posti che conoscevo solo di nome, è stata una rivelazione. Ero immerso in una dimensione cosmopolita, aperta, di scambio continuo, anche nelle difficoltà, che ha definito la mia identità come musicista. Un’identità che mi piace definire cangiante e che continua a modificarsi ogni volta che salgo su un palco e dialogo con un artista che proviene da un luogo diverso».
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