Il fermo di una nave ong impedisce l’attività umanitaria di soccorso in mare per questo deve essere sospeso. Lo mette nero su bianco il giudice di Agrigento Gemma Di Stefano che ha “liberato” Aurora di Sea-Watch, bloccata per venti giorni in porto a Lampedusa con uno stop dettato dal decreto Piantedosi, proprio mentre al largo dell’isola due naufragi sono costati la vita ad almeno sette persone, fra cui due neonati.
La nave veloce dell’ong tedesca è stata fermata perché, dopo aver salvato 70 persone, a causa del rapido peggioramento delle condizioni meteo, ha chiesto un approdo alternativo al porto assegnato di Pozzallo e ha raggiunto Lampedusa, dove ha attraccato con l’autorizzazione della Capitaneria di porto. Tutto regolare per il giudice, che però non si limita a contestare le ricostruzioni del Viminale, ma afferma anche un principio che potrebbe essere applicato a tutte le imbarcazioni della flotta civile bloccate negli ultimi mesi solo per aver chiesto (e ottenuto) un altro approdo.
Il fermo, si legge nel provvedimento d’urgenza, “determina l’impossibilità totale di utilizzare un bene essenziale allo svolgimento di attività umanitarie, impedendo concretamente ogni operazione di soccorso in mare”. Una sentenza che per altro arriva “in un periodo — quello estivo — notoriamente caratterizzato da un incremento dei flussi migratori e, conseguentemente, del numero di eventi SAR nelle acque del Mediterraneo centrale”. Cioè quando sono necessarie tutte le forze disponibili per la salvaguardia della vita umana, principio cardine della Costituzione italiana e della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e diritto/dovere che – ricorda il giudice – rimane architrave di norme e convenzioni nazionali e internazionali sull’assistenza in mare.
Il provvedimento poi, spiega il giudice, limitando le attività di Aurora, lede anche i diritti fondamentali di Sea Watch come ente e dei soggetti che vi operano. E non si possono aspettare i tempi del giudizio di merito per sciogliere il nodo, “la prevalenza del diritto alla vita e alla dignità umana, nonché alla libertà di operare in conformità a doveri giuridici sovranazionali, giustifica l’urgenza dell’intervento cautelare”.
Una valutazione che affonda le radici non solo nel diritto, ma anche nella nuda cronaca. La scorsa settimana, in soli cinque giorni, ci sono stati almeno due naufragi, con sette morti, fra cui due neonati di 9 e 11 mesi, e un numero imprecisato di dispersi. Entrambi i barchini erano stati avvistati da Sea Bird di Sea-Watch, ma nel Mediterraneo svuotato di soccorsi, nessuna delle autorità marittime si è fatta carico dell’intervento. Sono state le navi civili, un mercantile nel primo caso, Nadir nell’altro, a tentare due salvataggi difficili, portati a termine senza alcun supporto. Al contrario, nonostante avesse a bordo le salme dei due bambini e una donna in avanzato stato di gravidanza in piena emergenza medica, la nave commerciale Port Fukuoka ha dovuto attendere cinque giorni prima di ottenere istruzioni e porto. “Questa sentenza – commentano da Sea Watch – è un altro colpo per la folle Legge Piantedosi, che rimane una trovata populista e disumana le cui conseguenze ricadono solo e soltanto sulle migliaia di persone che ogni giorno rischiano la vita a sud delle nostre coste”.

