«Alessandro era violento, la vita di Maylin era in pericolo, non potevamo più attendere». Nella mattina di oggi, sabato 2 agosto, nell’udienza preliminare di fronte al Gip di Udine, Lorena Venier ha ulteriormente chiarito il movente che l’ha portata, nella notte tra il 5 e il 26 luglio, a uccidere il proprio figlio, Alessandro Venier insieme alla nuora Maylin Castro Monsalvo. Ed è stata proprio Maylin, la figlia che Lorena avrebbe sempre desiderato, a suggerire il modo per evitare il trasferimento in Colombia.«L’unico modo per fermarlo è ucciderlo» le avrebbe detto, secondo quanto riferito dalla 61enne alle forze dell’ordine. A entrambe è contestato ora il reato di omicidio con le aggravanti legate al vincolo di parentela, alla presenza di un minore, all’occultamento e vilipendio di cadavere. A Maylin inoltre è contestato il reato di istigazione all’omicidio.
Il legale di Lorena Venier, Giovanni De Nardo, all’uscita dal carcere ha confermato che il movente è da ricercare nello stretto legame tra suocera nuore e nipote, e dalla paura della donna di non rivedere più entrambe.
Lorena (per tutti Lena) nel racconto dei medici e dei colleghi che la conoscono da molti anni era stata vista spesso piangere a causa dei quel figlio senza un lavoro fisso, con problemi con la giustizia, questioni legate alla droga che coinvolgevano anche i suoi soggiorni in Colombia. «Non potevo permettere che partissero, Maylin e la bambina avrebbero corso rischi gravissimi laggiù» ha riferito ancora l’infermiera di Gemona.
E così, il giorno prima della partenza, le due donne hanno portato avanti il piano criminale stordendo prima il trentacinquenne con dei farmaci sciolti in una limonata. Lorena lo avrebbe poi narcotizzato con un’iniezione di insulina mentre Maylin lo avrebbe soffocato con i lacci delle scarpe stretti intorno al collo. Il cadavere sarebbe poi stato sezionato e sistemato in un bidone in garage coperto a calce viva.

