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    Home»Cronaca»Fin dove può arrivare Pogacar? E chi può fermarlo? Questo Tour lascia due domande sul futuro del ciclismo
    Cronaca

    Fin dove può arrivare Pogacar? E chi può fermarlo? Questo Tour lascia due domande sul futuro del ciclismo

    admin5698By admin569827 Luglio 2025Nessun commento5 Minuti di lettura
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    Fin dove può arrivare Pogacar? E chi può fermarlo? Questo Tour lascia due domande sul futuro del ciclismo
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    Senza storia, avaro di particolari sussulti. Il quarto Tour de France di Tadej Pogacar è stato un dominio dall’inizio alla fine, privo del minimo tentennamento nell’arco di 21 giorni. Nemmeno quando lo sloveno ha perso un po’ di brillantezza nella terza settimana. In questo Tour ci sono stati solo due momenti degni di nota: la battaglia con Jonas Vingegaard sul Mont Ventoux e la tappa stravinta da Pogacar su Hautacam. Stop. Un pò insolito per chi è abituato a far scattare lo show ogni qual volta la strada comincia a salire. È stato insomma un Pogacar diverso. Spaccata la corsa tra Hautacam e la cronoscalata di Peyragudes, ha poi controllato agevolmente. Più calcoli e meno istinto. Ha lasciato sfogare i tentativi di Vingegaard senza mai concedere un metro al rivale. Non era il momento di conquistare vette prestigiose ed iconiche, ma solo quello di portare a casa il risultato, cancellando allo stesso tempo due ricordi che ancora aleggiavano sulle spalle dello sloveno: Haucatam e Col de la Loze. Sul primo perse il Tour 2022; sul secondo diede l’addio alla Grande Boucle 2023 con la celebre “I’m gone, i’m dead” pronunciato in radio. Entrambi stavolta sono stati domati.

    Molti sono rimasti delusi da ciò che non è avvenuto sui due tapponi alpini. Tutti ad attendere trepidanti uno scatto di Pogacar che poi non è mai arrivato. E questo perché – al di là di eventuali malesseri fisici – non era nell’interesse dello sloveno farlo. La delusione per una terza settimana avara di spettacolo ricade quindi soprattutto su Vingegaard e la Visma-Lease a Bike. Il danese ci ha provato, ma ha anche peccato in personalità. Ne è un esempio la tappa con finale a La Plague, ultima occasione per ribaltare la corsa. Nessun tentativo, nessun attacco. Solo un lento avvicinamento al traguardo insieme a Pogacar. Aveva promesso tanto con le sue quotidiane dichiarazioni di battaglia, ma queste si sono sgonfiate chilometro dopo chilometro. Il tutto condito poi dal cortocircuito tattico della Visma-Lease a Bike sul Col de la Loze, che ha lasciato interdetti scatenando anche diverse critiche da addetti ai lavori e appassionati.

    Questa edizione del Tour de France lascia molti interrogativi. Su Pogacar, ma anche sugli avversari e le prospettive sul futuro di un ciclismo che appare sempre più caratterizzato da questo regime del talento di Komenda. In primis, c’è il quesito più banale, ma anche quello che anima maggiormente i dibattiti: fino a dove può spingersi lo sloveno? I record di fronte a lui non mancano. Intanto c’è da chiudere la Tripla Corona mettendo in bacheca la Vuelta de Espana, entrando così in un club esclusivo che annovera solo sette nomi nella storia (Jacques Anquetil, Felice Gimondi, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Alberto Contador, Vincenzo Nibali e Chris Froome). Un riconoscimento che lo sloveno potrebbe raggiungere già tra un mese e mezzo (al momento la sua presenza in Spagna è ancora in dubbio). Poi c’è sicuramente la quinta Grande Boucle nel 2026, per affiancare Anquetil, Merckx, Hinault e Indurain in testa alla speciale classifica. Il secondo mondiale consecutivo a Kigali, in Kenya (la gara maschile è il 28 settembre prossimo, con oltre 5.475 metri di dislivello) è un appuntamento cerchiato di rosso. E non è finita qui, perché lo sloveno potrebbe fare un pensiero anche sul record attualmente più complicato: le 19 Classiche Monumento di Merckx. Pogacar è a quota 9 e vede la prospettiva di andare in doppia cifra entro questa stagione, vincendo il Lombardia ad ottobre. Una scalata difficile, ma non certo impossibile. Il tutto senza considerare poi le altre caselle ancora vuote che attendono solo di essere riempite, come la Milano-Sanremo o la Parigi-Roubaux.

    Per lo strapotere trasmesso sulle strade negli ultimi due anni, sembrano obiettivi raggiungibili. Una questione solo di tempo. Al netto di situazioni sfortunate e imprevedibili, nessuno attualmente ha la gamba per tenere i ritmi dello sloveno. Solo un Vingegaard al 100% (supportato da una squadra davvero super) potrebbe arginarlo, ma senza comunque la certezza di prevalere. Anche perché il danese – va ricordato – ha due anni in più rispetto a Pogacar e la prossima stagione avrà 29 anni. Ha ancora margine per un ulteriore salto di qualità? L’unico che ha dimostrato di avere lo spunto e la personalità per battere Pogacar è Mathieu Van der Poel, ma la sua pericolosità si esaurisce nelle Classiche. I Grandi Giri non sono terreno per l’olandese. Mentre Remco Evenepoel ormai appare come un rivale temibile solo nelle cronometro.

    Probabilmente quindi servirà un volto nuovo per mettere davvero in discussione il regno dello sloveno. Qualcuno che non è ancora esploso o che non ha ancora raggiunto la maturità giusta. Il primo della lista è senza dubbio Isaac Del Toro, compagno di squadra di Pogacar. Le grandi doti ci sono e il Giro d’Italia buttato servirà da esperienza. Anche Florian Lipowitz – terzo al Tour – ha grandi margini di crescita, così come Giulio Pellizzari. Basta così? No, perché all’interno della squadra dello sloveno c’è un altro grandissimo talento. È Pablo Torres, spagnolo di 19 anni. Vanta il record di aver firmato il contratto più lungo al suo esordio nel World Tour: vestirà infatti la maglia della UAE Emirates fino al 2030. Sono in tanti a vederlo come il Pogacar del futuro.

    L’articolo Fin dove può arrivare Pogacar? E chi può fermarlo? Questo Tour lascia due domande sul futuro del ciclismo proviene da Il Fatto Quotidiano.

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