Sorridente, solare ed espansivo, Samuele Carrino (16 anni il prossimo 25 novembre) si presenta al Giffoni Film Festival per presentare Riv4li, la nuova serie teen made in Italy di Netflix in uscita il 1° ottobre. Nel racconto interpreta uno dei protagonisti, Claudio, lo studente più popolare di una scuola di Pisa che si comporta da bulletto con alcuni compagni in cerca delle attenzioni che non ottiene in famiglia, con il padre a Dubai e la madre assente. L’attore salentino (ha vissuto a Lecce per dieci anni, prima di trasferirsi a Roma con la famiglia per seguire il percorso della recitazione) sarà a teatro con il musical del progetto che l’ha reso famoso, Il ragazzo dai pantaloni rosa (che debutterà prossimamente al Sistina di Roma).
Come fa a coniugare studio e lavoro?
«Innanzitutto ho genitori favolosi che mi seguono e poi studio in terza liceo con tutor e video-lezioni».
In cosa somiglia ai suoi?
«Fisicamente sono l’esatta copia di mamma, tanto che ne Il ragazzo con i pantaloni rosa quando indossavo la parrucca sembravo lei. Mi hanno educato bene, con valori solidi, mi hanno insegnato la dolcezza e la gentilezza e infatti sono cresciuto da buono, anche fin troppo, e poi parlo con tutti, anche con le pietre, faccio amicizia molto facilmente».
Con chi le piacerebbe lavorare in futuro?
«Innanzitutto sogno un lavoro americano, magari con i miei idoli Steven Spielberg e Martin Scorsese o con Gabriele Muccino, magari in Puglia. Sarebbe l’ideale e non è qualcosa d’irraggiungibile: Mel Gibson è a Matera per il sequel de La passione di Cristo».
Come se la cava con le lingue?
«Parlo bene l’inglese, meglio lo spagnolo ma il francese proprio no. Forse anche un progetto europeo sarebbe un ottimo punto di partenza, sognando in grande mi ritaglierei una parte nella prossima stagione di Berlino, lo spin-off de La casa di carta. Mi farei chiamare Gallipoli, il mio luogo di nascita, per gli amici “Gallo”».
Sia ne Il ragazzo dai pantaloni rosa che in Riv4li si parla di bullismo. L’ha mai vissuto sulla sua pelle?
«Sì, da piccolo venivo preso di mira, mi dicevano: “Ecco, è arrivato quello che vuole fare l’attore”. Avevo sette anni, quando ho debuttato, ma dopo il primo progetto a 8 per Spaccapietre sembravo un alieno. A me piacevano i film, agli altri il calcio, allora ho iniziato anch’io per essere accettato e infatti ora gioco nella Nazionale Attori, ma è per puro divertimento e mi sono presa una bella rivincita».

