(di Marzia Apice)
ANNA CHISARI, LA FULIARA. STORIA DI
UNA MALEDIZIONE (Garzanti, pp.224, 17.60 euro). “Non c’è niente
che fermi il danno: nessuna rete, nessun muretto, nessuna
regola, nessun bene, nessun amore, nessuna preghiera”: se si è
infelici, è possibile che la causa di quella infelicità risalga
a un trauma che ha macchiato irrimediabilmente la storia della
famiglia da cui si proviene? E in quale modo, e con quale forza
emotiva, è possibile spezzare questa maledizione? Sono le
domande che affiorano leggendo “La fuliara”, l’appassionante
romanzo scritto da Anna Chisari, edito da Garzanti. Riprendendo
la stessa ambientazione del primo romanzo, “Il vento dell’Etna”,
l’autrice esplora ancora più in profondità il tema del
cosiddetto trauma intergenerazionale e le sue conseguenze anche
su chi non ha vissuto direttamente quel ‘danno’. Siamo nella
Sicilia rurale di metà Ottocento, a Belpasso (paese da cui è
originaria Chisari), tra tradizioni popolari e omertà, in un
misto di credenze magico-religiose che tutto regolano, un
microcosmo densissimo in cui ogni cosa ruota attorno alla fame e
alla sete, al sesso e al potere, e dove il patriarcato –
radicato fin nelle viscere della società – costringe le donne a
subire di tutto, dalla violenza fisica a quella psicologica, e
ad abbandonare qualsiasi velleità di riscatto. Al centro di
questa lunga saga familiare c’è Veneranda Balsamo, una ragazzina
povera e sfortunata affidata dal perfido e gretto padre a Donna
Lucia, una ‘fuliara’ o ‘mavara’ (ossia colei che conosce i
segreti delle erbe e del cuore per curare le persone) che le
insegna tutto quello che sa per sconfiggere dolori dell’anima e
malattie del corpo. “Da Fuliara imparò l’importanza del più
piccolo fiore, il furore della libertà, la saggezza delle
piante, la profondità dell’attesa, la santità del quotidiano, la
pietà che non ha prezzo, la facile corruzione. Veneranda
imparava e sognava, cresceva e sentiva”, scrive Chisari,
riservando a Veneranda e a Donna Lucia le pagine più femminili,
più ispirate e dolci del suo libro. Giorno dopo giorno anche
Veneranda diventerà quindi una guaritrice di talento, fino a
quando però non cederà alla vendetta contro un uomo che, per
amore, le porterà via la sua unica figlia. Allora, in preda a
una rabbia demoniaca, da guaritrice diventerà strega, venendo a
patti con ‘colui di cui non si parla’ e scatenando una
maledizione su un’intera stirpe.
Ma per incontrare Veneranda il lettore dovrà attendere non poco,
più di metà libro: prima infatti l’autrice dovrà raccontare
molto altro, tante altre vite e tante altre storie – bambini
abbandonati, stupri aberranti, traversate in mare, battaglie,
carestie, umiliazioni, e duro lavoro – ossia tutto ciò che ha
condotto alla nascita di questa creatura così affascinante
quanto oscura. In un viaggio bellissimo e sconcertante dentro la
Sicilia più autentica e misteriosa, ‘La Fuliara’ narra di
violenze indicibili e meraviglie della natura, di sentimenti
inconfessabili e grandi tenerezze, svelando quanto il ‘danno’
sia “un fiume che non si esaurisce, una vena malata, una radice
perversa”. Quando colpisce, la terribile ‘macchia’ lo fa per
caso ma poi diventa “una malattia senza cura”, di cui tutti
sanno ma nessuno parla. Il romanzo ricostruisce pezzo dopo pezzo
il puzzle di una lunga saga, proseguendo però spedito con un
ritmo che non accenna a scemare, nonostante la trama intricata,
ricchissima di personaggi, tutti ben caratterizzati. La lingua
usata – un misto di italiano e di dialetto catanese – ha una
musicalità che conquista, e conferisce spessore alla storia,
contribuendo a delineare e dare veridicità alle ambientazioni.
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