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    Home»Economia»Itelyum, per l’impianto che recupera terre rare manca materiale in entrata
    Economia

    Itelyum, per l’impianto che recupera terre rare manca materiale in entrata

    admin5698By admin569820 Luglio 2025Nessun commento4 Minuti di lettura
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    vai alla homepage de Il Sole 24 Ore
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    Ascolta la versione audio dell’articolo

    È pronto lo scale up dell’impianto pilota di recupero delle terre rare dal riciclo dei magneti permanenti che Itelyum ha inaugurato nello stabilimento di Ceccano (Frosinone) lo scorso settembre, con capacità di 20 tonnellate. La fase iniziale è completata e l’azienda è ora pronta a investire 8 milioni per lo sviluppo di una linea di trattamento di 10-15mila tonnellate all’anno di rifiuti elettronici (Raee) professionali con magneti permanenti, con la possibilità di produrre tramite processo idrometallurgico 150-500 tonnellate annue di ossidi di terre rare, precursori degli elementi neodimio, praseodimio, disprosio.

    Il progetto, sviluppato con un consorzio che nella fase di scale up oltre a Itelyum comprende Erion, Eit RawMaterials, Glob Eco e Università degli Studi dell’Aquila, già riconosciuto e finanziato da programmi europei, è anche uno dei quattro italiani tra i 47 selezionati dalla Commissione europea come «strategici» per l’attuazione del Critical Raw Materials Act entrato in vigore lo scorso anno perché rafforzano le filiere europee di materie prime critiche riducendo la dipendenza da fornitori extra-Ue.

    Ci sono tuttavia alcune criticità nel percorso, come racconta l’ad di Itelyum Marco Codognola: «L’impianto è al design finale. La fase pilota ha evidenziato come il processo elettrochimico funzioni, con rese interessanti. Rispetto alla previsione iniziale serve investire qualcosa in più per un trattamento dei fumi più sofisticato e per la preparazione del rifiuto in ingresso, ma noi siamo pronti. Dal lato del feedstock all’ingresso tuttavia le filiere di approvvigionamento, tra cui il consorzio Erion, sono difficoltà perché non hanno disponibilità di magneti permanenti, o rifiuti contenenti gli stessi, a sufficienza da portarci. In assenza di una filiera organizzata, come nei modelli Epr (di responsabilità estesa del produttore, ndr), spesso chi ha questi rifiuti smonta il magnete e ne fa quello che vuole, come inviarlo in Cina o destinarlo a recuperi generici che non permettono di estrarre le terre rare. È necessario costruire una filiera in grado di alimentare gli impianti definiti strategici, a livello europeo: non è detto che tutti i Paesi li abbiano, ma devono indirizzare i loro flussi verso quelli che verranno costruiti. Per fare questo al momento non c’è un’adeguata normativa che dia priorità al recupero».

    Codognola sottolinea anche un ulteriore ostacolo, che spesso ritorna nelle iniziative di questo tipo in Italia: l’autorizzazione. «Al momento non abbiamo completato l’iter autorizzativo per l’impianto di scala industriale. Per realizzarlo è necessario ottenere una modifica sostanziale dell’Aia (autorizzazione integrata ambientale, ndr), e stiamo predisponendo la documentazione sperando di riuscire a ottenerla più velocemente di quanto ha richiesto una precedente, ovvero due anni. Tenuto conto che si tratta di un progetto strategico, auspico che il ministero dell’Ambiente avochi a sé l’iter autorizzativo, come fa già in alcune circostanze speciali, come le riconversioni di siti di interesse industriale. È positivo che sia il Mimit che il Mase abbiamo un responsabile per le materie prime critiche e speriamo quindi che il coinvolgimento dei ministeri permetta di trovare soluzioni ai temi dell’approvvigionamento dei rifiuti e delle autorizzazioni, entrambe condizioni abilitanti per far partire questo progetto che, ripeto, è strategico. L’obiettivo è avviare nei primi mesi del 2026 la costruzione dell’impianto».

    Se il recupero delle terre rare è uno sviluppo interessante – secondo un report di Bain&Company, la domanda annuale a livello europeo di ossidi di terre rare utilizzati nei magneti permanenti delle auto elettriche e delle turbine eoliche è destinata a raggiungere le 30mila tonnellate nel 2030, per un valore di circa 1,5 miliardi di euro – un altro fronte a cui la società guarda con attenzione è quello idrico. Il gruppo, che nel 2024 ha raggiunto un fatturato di 625 milioni, con Ebitda circa del 20%, nel 2025 ha realizzato finora due operazioni di M&A, entrambe nel settore idrico: a marzo la bresciana Specialacque e poi, come racconta sempre Codognola, «a giugno abbiamo acquisito una società di trattamento delle acque industriali, la Gsa di Civita Castellana, che depura 135mila tonnellate annue di acque che spesso arrivano dal comparto farmaceutico laziale. Abbiamo ora raggiunto una capacità di trattamento di 600mila metri cubi annui, che diventeranno 800mila con il revamping del polo di depurazione dei reflui dello stabilimento di Klk Temix a Calderara di Reno (Bologna) e 1 milione quanto l’impianto dentro la raffineria di Pieve di Fissiraga (Lodi) avrà l’autorizzazione a trattare le acque di terzi. E non escludo altre acquisizioni. Il settore si conferma interessante».

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