«Dal mio ultimo giorno da ministro del Lavoro, tre anni fa, i costi dell’energia sempre più alti e la mancanza di politiche ci hanno portato fin qua: al momento in cui rischia di chiudere l’automotive, è saltata la chimica di base, rimangono tante incognite sull’edilizia e ci stiamo giocando l’acciaio».
È impietoso, il bilancio che Andrea Orlando fa (anche) per rilanciare l’appello alla necessità di nuove politiche industriali per il Paese. La scorsa settimana, a Roma, l’ex ministro oggi consigliere regionale del Pd in Liguria, responsabile nazionale Industria del partito, ha portato esperti, stakeholders, parti sociali e voci di partito per la conferenza nazionale delle politiche industriali dem.
A Repubblica mette a fuoco il nodo ex Ilva tra Taranto e Cornigliano, dove il piano di rilancio governativo rimane “fantascienza” anche alla luce della nuova autorizzazione ambientale che da ieri consente di continuare la produzione a carbone dello stabilimento di Taranto, e promuove i primi passi della neo sindaca di Genova Silvia Salis. «Sta dimostrando di saper tenere palla in un come disastrato dalla destra, per i progetti di sviluppo avrà tempo».
Orlando, cosa ci si può aspettare, dai passi del governo sull’ex Ilva, per il futuro di Taranto e di conseguenza Genova?
«Io più che altro aspetto di capire la reale sostenibilità dell’investimento, se effettivamente ci sono le condizioni per arrivare a una produzione complessiva del gruppo come quella prevista nel piano, quale sarebbe l’impatto occupazionale e soprattutto chi farebbe questa operazione. Lo dico da subito: chi ci mette i soldi, se si esclude già siano pubblici? Quali sono i soggetti privati in grado di sostenere uno sforzo del genere?».
Sono più o meno gli stessi dubbi sul tema espressi dalla sindaca di Genova Silvia Salis, mentre l’impressione è che in città siano più i sostenitori dell’occasione, che i preoccupati per il ritorno alla produzione.
«Io condivido le riserve espresse dalla sindaca a livello nazionale, le stesse poste dal sindacato. Evitiamo di aprire l’ennesimo derby: pima di discutere delle singole parti del piano serve capirne solidità, fattibilità, ricadute. Poi, chiaro, nella discussione che potrebbe venire saranno da mettere sul piatto della bilancia i pro e i contro. Ma parlarne senza elementi reali è come parlare di fantascienza».
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L’occasione, però, ci sarebbe tutta. Pure con l’ok del governo.
«L’ho detto per un’intera campagna elettorale, alla Liguria come a questo Paese serve un serio processo di reindustrializzazione. Io credo sia giusto un rafforzamento del polo siderurgico genovese, si può ragionare su quali fasi del ciclo di produzione dell’acciaio potrebbe essere potenziato o specializzarsi Cornigliano. Ma è fondamentale sia compreso in un disegno generale. Lei è stato tra i primi anche a porre la questione di una possibile, maggiore autonomia degli stabilimenti di Genova».
È davvero possibile, immaginare una Cornigliano slegata da Taranto?
«Genova è spesso stata troppo sacrificata, sugli scenari nazionali. Io però non credo né allo spezzatino, né alla totale rottura con Taranto. Anche perché il problema non è tanto capire se Genova possa rilanciarsi senza Taranto, quanto se senza Taranto possa farlo la siderurgia in Italia. È questa, la vera domanda da farsi».
A proposito di reindustrializzazione, lei ha appena portato stakeholders, parti sociali, voci di partito a Roma per la conferenza nazionale delle politiche industriali del Pd, e presentato il “Libro verde” delle Politiche industriali. È una strada da percorrere (anche) per tornare al governo?
«Di sicuro, non c’è una alternativa credibile senza una proposta di politica industriale, e mi auguro che il contributo della conferenza possa servire in questo senso. Ma penso anche non si possa cambiare davvero, vale per chi sta al governo come per chi sta all’opposizione, senza prima pensare a un cambiamento nel modello di produzione, che porti a una sostenibilità ambientale e sociale».
Ovvero?
«Serve pensare a una reindustrializzazione che affronti i nodi che hanno reso molto complicato lo sviluppo industriale in Italia, a partire da quello sul costo dell’energia, passando per il tema della demografia e della forza lavoro, fino alla gestione delle transizioni e degli strumenti necessari per praticarlo. E tutto questo non è solo un obiettivo programmatico, è un modo di vedere il Paese. Anche perché a seconda del tipo di sviluppo che hai, hai anche un riflesso nella società della qualità della democrazia».
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Ma cosa diventerà, questo lavoro sull’industria? Un punto programmatico del partito, della coalizione?
«Organizzeremo incontri ancora in dieci regioni e un nuovo confronto in autunno, prima di arrivare a una proposta definitiva del Pd che poi è auspicabile sia condivisa con le altre forze dell’opposizione. Poi passeremo alle conferenze di filiera, nei diversi settori produttivi. Non abbiamo la pretesa sia una risposta definitiva, ma sarà un terreno di confronto essenziale per costruire l’alternativa e per dare una risposta ad alcuni dei temi che le opposizioni si sono già poste: dalla qualità del lavoro ai salari alle lotte alle disuguaglianze. Che dipendono ancora più che nel passato direttamente dai cambiamenti nella produzione».
Può essere una svolta anche per il Pd? Tra le scelte delle Regionali, l’ombra delle Politiche, l’impressione è che ci sia sempre bisogno di portare il dibattito interno sui temi.
«È vero che siamo sempre in emergenza elettorale, ma o si sta dentro i cambiamenti e li si presidia, o si rischia uno sradicamento sociale definitivo. Questo è un problema della sinistra italiana ma anche europea. La destra, bene o male, questi processi li considera e li rappresenta sollecitando paure e nemici immaginari. La sinistra deve provare a interpretarli in modo diverso. Non basta più la predica sullla lotta alle disuguaglianze, serve tornare a rappresentarli, i conflitti sociali».
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In questi giorni Schlein ha incontrato Confindustria per parlare di dazi, tariffe, nodo energia, del resto.
«È stata un’occasione per mettere in evidenza la natura ipocrita del nazionalismo italiano, in realtà subalterno a quello di altri paesi. E la dimostrazione che c’è uno spazio, se il Pd gioca bene la partita, per rappresentare l’interesse nazionale e quello dei produttori. Ha fatto bene Schlein, il Pd anche a livello territoriale dovrebbe aprire un confronto con forze sociali e imprese per costruire dal basso le risposte a passaggi che rischiano di essere epocali. In Liguria, si sta costruendo già da tempo».
A Genova si aprirà a breve la fase del congresso, invece. Un rischio?
«La nostra capacità di complicarci la vita non va mai sottovalutata, ma la vedo più come un’opportunità che come un rischio. Si farà in una condizione decisamente migliore di quanto non fosse quella dell’ultimo. Allora era un partito diviso, oggi è un partito di governo e ci sono tutte le condizioni per fare un percorso unitario, che continui anche un processo di rinnovamento che consolidi la riscossa iniziata già con l’ottimo risultato delle Regionali a Genova».
Avrà un ruolo anche l’effetto Salis? Come giudica, il suo primo mese da sindaca? Franceschini l’ha già indicata come volto del futuro per il centrosinistra nazionale. Non sarà un po’ troppo?
«Che Franceschini e altri riconoscano Salis lo trovo un fatto naturale, anche se escludo l’interpretazione che lo vorrebbe il regista della nascita di un soggetto centrista esterno al Pd: giusto si favorisca il processo, ma esserne promotori ne comprometterebbe l’autenticità. Salis sta affrontando con determinazione una sfida difficile, in un comune lasciato dalla destra in condizioni preoccupanti. Ha dimostrato di saper stare sulla palla, ora ha da gestire le mine lasciate sul terreno, poi dal prossimo anno avrà tempo per riprovare ad alzare la testa per una riflessione strategica sul futuro della città».

