di Luca Serranò, Andrea Vivaldi e coordinamento editoriale di Chiara Nardinocchi
Nasce a Roma, all’ombra dei palazzi del potere. Cresce in silenzio, si sposta a Milano, si infiltra nei gangli dell’economia legale. Poi sceglie Prato come base operativa. La mafia cinese è qui da quasi quarant’anni. Ha lavorato nell’ombra. Ha costruito imperi senza fare rumore. Droga, prostitute, fabbriche fantasma, merci false. E soprattutto riciclaggio.
Denaro che scorre sotto traccia. Dall’Italia alla Cina. Miliardi che modificano le mappe del potere economico globale. Mai uno scontro con le mafie nostrane. Solo affari.
Fino a quando il silenzio si rompe.
Un boato, il fuoco, i capannoni sventrati. E un’auto scura che si allontana.
La notte tra il 15 e il 16 febbraio scorsi segna un punto definitivo di rottura negli equilibri della mala cinese di Prato, e l’inizio di una nuova fase nella cosiddetta guerra delle grucce. Tre attacchi in fotocopia, due a Prato uno a Campi Bisenzio, contro aziende della logistica riconducibili al cartello di imprese che fa capo al vecchio boss Zhang Naizhong, alias “l’uomo nero”, e al figlio Zhang Di.

