Francesco Micheli, decano della finanza, socio al 7% nella holding che controlla la Coima di Manfredi Catella, animatore della cultura milanese, legge l’inchiesta su costruttori e giunta di Milano come una crisi del modello Expo. In cui «il dio denaro, divinità maligna», ha imbrigliato gli amministratori locali nel «totale ripiegamento della funzione politica» seguito alla fine del Pci. Una Milano piegata al «narcisismo formato Instagram», in cui rendita da affitti e vetrine dei social media convivono, e alimenta «consumi futili che rovinano le persone».
Il ‘dio denaro’ in realtà è adorato da decenni da immobiliaristi e amministratori pubblici milanesi.
«Vero. Ma la differenza, sostanziale, è che un tempo si confrontava con altre divinità parallele, religiose e politiche, oggi quasi scomparse. Credo che per Milano tutto origini dall’Expo del 2015. Costata molto e che non ha portato un briciolo di sana cultura, tranne forse la mostra di quadri curata da Vittorio Sgarbi nel padiglione di Eataly e le architetture di Michele de Lucchi. Il resto era quasi tutto cibo da strada. Però l’Expo fu un razzo propulsore per ciò che è successo dopo, con ricadute sorprendenti che hanno inserito Milano tra i centri mondiali di turismo e attività immobiliari. Così è spirata la Milano dei sindaci quali Carlo Tognoli, che faceva della sobrietà la sua cifra, la Milan col coeur in man, che ha lasciato il posto alla città che corre sulle ali dorate del denaro, dove il reddito da lavoro è superato dalla rendita e i ragazzi sognano tre o quattro appartamenti da affittare per sfangare la vita».
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17 Luglio 2025
Proprio Giuseppe Sala gestì l’Expo 2015, che lo proiettò a sindaco per il centrosinistra. Oggi anche lui è indagato, e politicamente in difficoltà. Ha sbagliato qualcosa?
«Difficile parlare di un’inchiesta in corso. Forse il sindaco poteva arginare di più gli operatori immobiliari, formando intorno a sé una giunta di maggior consistenza politica: anche se da anni la funzione politica è molto arretrata, e il centrosinistra non ha saputo rigenerarsi fin dal 1989, alla caduta del comunismo. Invece mi pare che Sala si sia affidato a una forte burocrazia di dirigenti che per anni ha bloccato molti grandi riassetti urbanistici (come San Siro e il Pirellino), esasperando gli operatori costretti all’inazione. Dico questo conscio del fatto che provare ad aggirare i problemi è peccato ben diverso rispetto alla corruzione».
Lei conosce l’ad di Coima Manfredi Catella. Che idea ha di lui?
«Lo conosco molto bene, anche come suo socio di minoranza. E mi risulta persona sobria e onesta, mai toccata da incidenti o brutte storie. Catella ha avuto il merito di portare nell’Italia dei palazzinari, che era il Far West, i metodi di Gerald Hines, pioniere della gestione basata sull’uso dei fondi immobiliari e la piena trasparenza, esportati dagli Usa in mezzo mondo. E perfino Salvatore Ligresti, campione nel tagliare le curve, pur essendo socio di rilievo di Hines accettò l’ascesa di Catella».
I giudici però vedono in Catella un volano dei “casi di incontrollata espansione edilizia” a Milano.
«Rispetto per definizione il loro operato, ma resto basito. Non parlo di un’inchiesta aperta: certo se la Giustizia indaga 74 persone e fa sei richieste di arresto, evidentemente ha in mano elementi per procedere. Dico solo che fatico a ritrovare il Catella che conosco nelle condotte attribuitegli nelle carte, che attestano il contagio del dio denaro negli usi e nelle consuetudini del corpo sociale e politico».
Tutta colpa dell’Expo, quindi?
«Anche la rivoluzione digitale ha un ruolo, nel chiudere il cerchio con il culto del denaro e del consumismo dilagante. Non dimentichiamo che il narcisismo, prima leva di chi passa il suo tempo sui social media tipo Instagram, è una malattia mentale: specie se si è adulti. Ed è una malattia anche il consumismo, che con il narcisismo alimenta il bisogno e l’ostentazione del denaro. Sono modelli che mettono a rischio anche il futuro dei giovani. E che, ovunque, hanno fatto passare in secondo piano la cultura, mai presente nei progetti degli ultimi governi ma che dovrebbe essere l’elemento portante: anche perché quando c’è cultura il malaffare non fa presa. Ormai perfino le maggiori istituzioni culturali e della moda sono disguidate, e cedono il passo all’effetto del denaro. Anche quelle milanesi, che un po’ conosco».

