Veronica, reduce da disturbi alimentari, è stata accompagnata nel percorso di guarigione dal padre. Matteo ha vinto la sua lotta contro l’alcolismo grazie al sostegno del suo terapeuta. Chiara continua a combattere contro l’autolesionismo, sorretta dalla madre. Massimiliano ha visto la luce in fondo al tunnel della depressione grazie alla mano teso da un caro amico. Sergio, accompagnato dalla sorella, ha attraversato una strada tortuosa disseminata di attacchi di panico. Elena, per lunghi anni, è stata inghiottita dal vortice di dipendenze da psicofarmaci e sostanze stupefacenti per colmare un vuoto affettivo che, oggi, è stato riempito dalla sua cagnolina.
Sono i vissuti intensi dei protagonisti di «Persone Medicina – Le relazioni che curano», la docuserie che tratteggia un ritratto umano e coraggioso della salute mentale, in prima tv assoluta dal 16 luglio su Real Time e disponibile in streaming su discovery+.
A dare voce alle storie di chi affronta ogni giorno la complessità di un disturbo mentale, sia in prima persona sia come caregiver che ascolta e supporta senza alcun giudizio, sono Mapi Danna, storyteller, esperta di dinamiche relazionali e autrice tv, e Leonardo Mendolicchio, psichiatra e psicanalista, specializzato in disturbi alimentari e salute mentale dell’adolescenza.
«Mossi dall’urgenza sociale di raccontare la salute mentale non come etichetta, ma come parte della vita reale di tante persone, affrontiamo un viaggio coraggioso dentro il dolore, ma anche nella possibilità di rinascita, portando alla luce «ferite invisibili che gridano aiuto attraverso corpi e sintomi» così Mendolicchio spiega l’origine del programma televisivo che, per la prima volta sul piccolo schermo, restituisce umanità e complessità a chi convive con queste fragilità, superando lo stigma sociale e aumentandone la consapevolezza. Ecco cosa ci ha raccontato
Come sono state coinvolte queste persone nel vostro progetto televisivo?
«È stato un percorso delicato. Nessuno è stato “convinto”, abbiamo creato un clima di fiducia, spiegando il duplice obiettivo. Da una parte, per loro, è stato un atto liberatorio, un modo per fare pace con la propria storia. Dall’altra, sapevano che esporsi poteva rappresentare un aiuto concreto per chi vive esperienze simili, ma resta in silenzio. Paradossalmente, la telecamera si è rivelata uno strumento utile: permette di raccontarsi parlando a un Altro impersonale, uno sguardo neutro. Non è come confidarsi con un amico o un familiare, dove il timore del giudizio può bloccare. Davanti alla telecamera, hanno trovato uno spazio per esprimersi con maggiore libertà, quasi fosse una forma di diario visivo, in cui il racconto diventa più autentico, libero da sovrastrutture».
I protagonisti hanno età e vissuti differenti. Qual è il fil rouge che li unisce?
«Il coraggio. Tutti hanno deciso di raccontare una parte fragile di sé, consapevoli di essere visti non solo come pazienti, ma come persone a tutto tondo. Sono storie profonde, verticali, tutte ci insegnano cosa significhi vivere pienamente la propria esistenza. Il dolore psichico radicalizza la vita, rendendola difficile, ma è anche una delle rare occasioni per conoscere la parte più profonda di sé e del mondo».
Quanto è efficace parlare di salute mentale in tv, concretamente, attraverso le storie?
«Molto, è necessario. Le statistiche parlano chiaro: i disturbi mentali sono sempre più diffusi, soprattutto tra i giovani. Raccontare storie vere aiuta a normalizzare il tema, ma va fatto con attenzione, anche linguistica, senza ridurlo a pietismo o sensazionalismo. La sofferenza psichica è una patologia seria e come tale va raccontata: con competenza e rispetto, affidandosi a chi ha gli strumenti per farlo, siano essi professionisti o persone con un vissuto consapevole e condiviso in modo responsabile».
Chi sono le «persone medicina»?
«Non sono supereroi. Sono persone comuni – genitori, parenti e amici – che sanno stare accanto a chi soffre per un disturbo mentale, senza voler risolvere tutto. Pazienza, ascolto, empatia: sono le qualità con cui accompagnano la persona cara nel cammino della consapevolezza e della rinascita. Il loro unico superpotere è la capacità di segnare la loro presenza, soprattutto quella simbolica. Sanno entrare nella testa e nel cuore di chi soffre e riescono ad albergare nell’anima di coloro che aiutano».
Leonardo Mendolicchio, psichiatra e psicanalista, specializzato in disturbi alimentari e salute mentale dell’adolescenza.

