Editrice e regista di grande talento, dal 2021 anche produttrice musicale, Elisabetta Sgarbi è una delle figure più poliedriche del panorama culturale italiano. Fondatrice – con Umberto Eco – della casa editrice La nave di Teseo, che lei stessa dirige dal 2015, Elisabetta è mente e direzione artistica della rassegna La Milanesiana, Letteratura, Cinema e Scienza, giunta al 26° anno, che dal 2 al 5 luglio fa tappa ad Ascoli Piceno, dopo aver toccato Crotone in Calabria e Artimino in Toscana, per poi proseguire il suo viaggio in altre cinque regioni. Donna dai mille talenti, Elisabetta Sgarbi è cresciuta a Ro Ferrarese, dove ancora resiste la farmacia storica di famiglia accanto all’antica dimora, trasformata in casa museo. Radici che hanno contribuito a formare la sua passione per l’arte e la letteratura, fino ad arrivare a Milano, sua città d’adozione e “capitale culturale del Paese”, dove, spiega, “ho imparato a lavorare”. In un continuo rimbalzo tra due mondi e due anime, che si completano e si trasformano in una inesauribile linfa vitale.
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Che ruolo hanno avuto le sue origini nella formazione della sua sensibilità artistica e intellettuale?
«Ferrara ha uno spirito particolare. Non è pienamente Emilia e non è pienamente Romagna. È separata. È isolata. È silenziosa. Per capirla bisogna leggere alcuni libri: Le memorie di Giorgio de Chirico, che visse a Ferrara negli anni della prima Guerra Mondiale. I libri di De Pisis. D’Annunzio. L’ambasciatore Charles de Brosses. E naturalmente Giorgio Bassani. Bisogna vedere i film ferraresi di Antonioni e di Florestano Vancini. Se mette in un frullatore tutte queste cose, esce qualcosa di simile alla ferraresità».
Esiste, secondo lei, un’intelligenza (tema di questa edizione de La Milanesiana) che abita i territori, che si annida tra le pietre, le voci, le architetture?
«Quando si dice che l’Italia è fatta di Campanili, vuol dire che ogni borgo mette a frutto la propria intelligenza (sia gli amministratori sia i cittadini) per costruire o presentare una identità storica e culturale. Progettare una identità, vuol dire progettarla in un futuro difficile. Confrontarsi con temi complessi come lo spopolamento, i cambiamenti climatici, le crisi economiche, la conservazione del paesaggio. Mettere in piedi una stagione turistica, in un comune di mare, come Gatteo o Cervia, vuol dire utilizzare molta intelligenza. Gli effetti si vedono. In Romagna di “Intelligenza” ce n’è parecchia».
Dopo le Marche, La Milanesiana si sposterà proprio in Emilia Romagna: Rimini, Ravenna, Gatteo a Mare e Cervia. Cosa rappresenta per lei questo ritorno alla sua regione?
«È una terra straordinaria, per spirito, cultura, generosità, accoglienza. Porteremo spettacoli molto belli, si parlerà di musica, di libri, di teatro, cercando di essere all’altezza della ricchezza di queste terre. E poi è un po’ tornare a casa. Con mia madre e mio fratello (il critico e storico dell’arte Vittorio Sgarbi n.d.r.) ho avuto la fortuna di girare molto. Con La Milanesiana ho riscoperto alcuni luoghi: Lugo, Pennabilli, Sant’Agata Feltria, Sant’Arcangelo, San Mauro Pascoli».
La rosa simbolo della rassegna La Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, giunta al 26° anno e fino al 28 luglio a tappe in tutta Italia. Parola chiave di questa edizione: Intelligenza.
C’è un luogo al quale si sente particolarmente legata, che ritorna spesso nei suoi pensieri?
«Santa Maria di Codifiume, dove è nata mia madre. E Milano Marittima dove ci portavano da piccoli, a me e mio fratello, al mare».
E i luoghi della memoria più potenti?
«Ro Ferrarese, certamente. Ancora Milano Marittima. Forlì, dove mia mamma ha fatto il collegio ed è scappata, almeno così ci ha sempre raccontato. Bologna dove ho studiato. Ferrara dove sono nata e vissuta nella casa che fu dell’Ariosto».
Nei suoi film e nei suoi progetti editoriali, emerge spesso un senso profondo del territorio. Quanto conta l’identità geografica nei suoi progetti?
«Nei progetti editoriali cerco di portare il mondo in una stanza. Amo le voci che vengono dai paesi più diversi e meno battuti. Quando racconto, invece, devo poggiarmi a qualcosa di solido, per non cadere. Cerco luoghi e cose che conosco, per affrontare l’ignoto di questa o quella storia».
C’è stato un luogo, visitato anche solo una volta, che ha cambiato il suo modo di guardare il mondo?
«La Chiesa di Chora (Kariye Camii) a Istanbul. San Vitale e Sant’Apollinare in Classe a Ravenna. Via delle Volte a Ferrara».
Che ruolo ha oggi la città che ha ispirato il nome de La Milanesiana in questo disegno sempre più ampio e ramificato della rassegna?
«Milano è la città della mia vita da grande, della mia emancipazione. Qui ho imparato a lavorare, ad affrontare da sola le difficoltà. Qui ho imparato e imparo il mestiere dell’editore. Per me il lavoro è fondamentale. Milano, lo dico da ferrarese e senza volere fare graduatorie, è la capitale culturale del paese. È la città dove si legge di più, si va più a teatro, si va più al cinema. Non dipende dai milanesi, dipende dalle possibilità offerte dalla città, dal sistema culturale e economico e sociale che sostiene Milano. Basta solo pensare alla rete di biblioteche civiche, alla attenzione che vi si presta. Questo patto tra pubblico, privato e cittadini è una eredità storica di Milano, che, per ora, sopravvive. Non senza qualche crepa preoccupante».
Elisabetta Sgarbi ha fondato la casa editrice La nave di Teseo nel 2015 con Umberto Eco. Foto di Simona Chioccia.
Se dovesse raccontare Milano e la Romagna a qualcuno che non le conosce, con una sola immagine ciascuna, quali sceglierebbe?
«Per Milano, La notte di Antonioni. Solo un ferrarese poteva raccontarla così bene. E per la Romagna il mio film del cuore: La prima notte di quiete di Valerio Zurlini».
Ci sono angoli nascosti di Milano che considera fonte di ispirazione o rifugio creativo?
«C’è una via, a Milano, la via più stretta della città, è Via Bagnera, che compare anche nell’ultimo romanzo di Umberto Eco, Numero zero. Lì si staglia l’ombra di Mario Andreose, presidente de La nave di Teseo. E mi ha sempre ricordato Via dei Duelli a Ferrara».
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