«Il mio grande privilegio lo riconosco ora: è stato passare tanto tempo con mio nonno e mia nonna». Chi parla è Chiara De Iulis Pepe, 32 anni, vignaiola nell’azienda di famiglia Emidio Pepe a Torano Nuovo, in Abruzzo, tra colline verdi con il Gran Sasso alle spalle. Racconta: «Quando mio nonno Emidio ha iniziato a fare il vino lui e la nonna avevano solo quattro ettari e facevano tutto da soli, avevano il controllo diretto di tutte le fasi della lavorazione. Il nonno diceva sempre “Non è necessario diventare grandi: nessun buon vino è uscito da una grande azienda”. Ed è così: un’azienda piccola permette di avere una grande attenzione al dettaglio, di entrare in intimità con ogni pianta, di curare letteralmente ogni bottiglia di vino. Un’attenzione che non può esserci quando cerchi di produrre sui grande scala: io credo si debba essere presenti in vigna nel quotidiano ed è una presenza che non si può delegare, è importante che sia tu vicino alla terra, e che sia vicino alla tua squadra. È questo, d’altronde, che significa essere un’imprenditrice: non è solo saper fare un buon vino, ma saperlo raccontare, creare con questo racconto un gruppo di lavoro che ti riconosce la leadership in funzione dei tuoi valori. Essere imprenditrice richiede una vera multidisciplinarietà, oltre che una grande passione».
ALBERTO BLASETTI
L’azienda Emidio Pepe
Chiara è una donna decisa e consapevole in un’azienda di donne: la madre e la zia di Chiara hanno la proprietà, Chiara si occupa di vigna e cantina, la sorella dell’ospitalità in azienda, dove c’è un ristorante e sette stanze nella casa dove nacque il nonno. «Ad oggi siamo un matriarcato», racconta Chiara, «Mio fratello è stato il primo maschio a nascere in famiglia in 71 anni, ora ha 19 anni e sta studiando filosofia, ma ha un buon palato, ed è possibile che scelga di lavorare insieme a noi». Ora l’azienda ha 18 ettari, «è cresciuta con le generazioni che ci lavorano nella stessa proporzione», dice Chiara «Lavoriamo con i tre vitigni autoctoni dell’Abruzzo, il Trebbiamo d’Abruzzo e il Montepulciano d’Abruzzo, quelli con cui lavorava mio nonno, ai quali abbiamo aggiunto il Pecorino, vitigno indigeno del sud dell’Abruzzo coltivato in altitudine».
«Lavoriamo in modo che i nostri vini abbiamo una corrispondenza con il luogo dove crescono e con la casa, ovvero al nostro stile, che è legato all’artigianalità del gesto: facciamo il vino senza macchine, pigiamo le uve bianche con i piedi, raspiamo le uve rosse con le mani, c’è una delicatezza del gesto che si riverbera nel nostro vino. Il primo ad avere quest’approccio e a scegliere di non seguire l’industrializzazione spinta tipica dei suoi anni fu mio nonno, allora gli davano del pazzo, oggi del maestro».
I nostri vini vivi
I vini Emidio Pepe sono diventati famosi, all’estero e in Italia, proprio per questo, per sapere seguire una propria strada riconoscibile, con un’attenzione artigianale, sia in vigna che in cantina, con un forte impegno per l’ambiente: «Non usiamo il diserbo, diamo valore massimo alla biodiversità, non usiamo lieviti selezionati per dare spazio alle fermentazioni spontanee, non usiamo il legno perché vogliamo che il vino esprima la personalità del vitigno e della stagione. Chi vinifica ha la responsabilità di immortalare un periodo storico, di dare voce allo sviluppo aromatico che è diverso ogni anno. I nostri vini sono vivi, così come è viva la terra che coltiviamo. Anche in questo – come racconto spasso – ognuno di noi agricoltori ha una grande responsabilità. Credo che in agricoltura sia necessaria un’azione immediata per una transizione ecologica, che deve essere guidata dalla politica ma deve essere portata avanti in primo luogo dagli agricoltori: possiamo e dobbiamo impegnarci per ridurre le emissioni di anidride carbonica o per diminuire l’uso di pesticidi. L’uso del glifosato, per esempio, è stato prolungato dalla Comunità Europea per altri dieci anni ed è una cosa pazzesca vista la sua pericolosità, ma noi possiamo scegliere di non usarlo: credo fermamente che ognuno debba fare delle scelte, il consumatore e il coltivatore. E che la coscienza collettiva debba essere più forte di una scelta scellerata».

