VERONICA GALLETTA, ‘MALOTEMPO’ (MINIMUM FAX, pp. 248 – 18,00 euro)
“Santafarra ti imprigiona come un polpo” e Paolo Rasura, che vi torna dopo anni di lontananza (relativa, era solo a Palermo) per i funerali del suo maestro Filuppu de li Testi, ovvero il bizzarro scultore nel suo giardino di grandi teste, e l’intenzione di riandarsene subito, non trova invece la forza di ripartire e telefona ogni sera alla moglie dicendo “Domani vengo”.
Lo trattiene la sua infanzia, le sue radici, e la lingua che usa Veronica Galletta per raccontarcelo sembra rappresentare proprio questo, così coinvolta, espressiva, legata al siciliano, a parole, modi di dire e suoni vivi che connotano questo viaggio nel tempo e nello spazio del paese che cambia e sta cambiando definitivamente e dove lui si ritrova straniero. Una lingua che ha trovato la sua misura, un equilibrio, sciogliendo la densità e asprezze che aveva in ‘Pelleossa’, il romanzo precedente con le storie di Paolo Rasura ragazzino.
Santafarra è una presenza concreta nel romanzo e fa da contraltare e potremmo dire specchio al protagonista come la si vede da Colleorbo col suo panorama che è stato modificato dalla speculazione edilizia: “Si deforma, come plastica al fuoco brucia, fete”. Esemplari sono le pagine sulla demolizione della bella Villa Marcella. Ora poi si vuole la strada per Palermo, per fare la quale servono le terre sulla collina, quella della Casa verde della famiglia di Paolo e quella di Filippo. Il suo impegno diviene allora salvare quest’ultima, salvare il lavoro di colui che aveva praticamente tradito andandosene, salvare gli anni della propria crescita, in nome di quell’arte cui l’amico l’aveva introdotto. Con alcune delle sue teste, quella di Garibaldi, di Toro seduto, di Pirandello e altre, riusciva a parlare in una poetica dimensione fantastica adolescenziale e se ne era andato per frequentare l’Accademia di Belle Arti e tutto questo lo mette davanti al proprio fallimento, artista mancato, finito a decorare gli sfondi per le pitture sui carretti siciliani prodotti dal suocero. “Le persone che stanno scomode non sono mai felici” e l’inganno in cui vivono è la loro difesa. Stare lontani dal proprio paese te lo consegna in una serie di fotogrammi ma tu “rimani fermo a uno. A volte il più importante, a volte il più doloroso. A volte uno qualsiasi”. Si comincia con una data, il 27 dicembre 1967, e ogni capitolo ne porta una, sino a far passare oltre un anno e arrivare al 16 gennaio 1968, quando Paolo riparte davvero, avendo capito molte cose e il giorno prima, simbolicamente, tutto è stato messo all’aria dal terremoto del Belice.
L’esortazione era “bisogna tentare di vivere”, anche col timore che le teste non gli parlassero più. Salvata la casa si accetta anche che queste ora parlino a altri giovani come lo era stato lui. Parlino a Francesca, specie quella non a caso di Rachel Carson, antesignana dell’ambientalismo americano. La poesia di un tempo si è volta in malinconia e nostalgia e l’impegno è stato ritrovare e fare i conti col tempo in cui si è stati felici: così da sentire “finalmente le orecchie pulite, l’occhio limpido. La realtà come è, e non più come lui desidera che sia”. Sono pagine in cui il siciliano sparisce e resta solo l’italiano. Ora spetterà a lui decidere cosa fare della sua vita, di cui si è riappropriato.
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