(di Elisabetta Stefanelli)
CHIARA SARACENO, ‘LA FAMIGLIA
NATURALE NON ESISTE’ (intervista di Maria Novella De Luca,
Laterza, pag. 192, euro 14,25)
La famiglia in tutte le sue forme può essere un luogo dove
recuperare la ricostruzione del sociale e come? D’altra parte
oltre il disfacimento degli stati democratici, c’è la tecnologia
che incombe con l’intelligenza artificiale che si annuncia come
rivoluzione sociale. Servirà un nuovo welfare? Come difendere in
tutto ciò il fattore umano?
Lamenta Chiara Saraceno, “troppe e troppo eterogenee domande
tutte insieme”, ma del resto il suo curriculum e il suo impegno
spaziano da decenni su piani ed ambiti diversi. Un mese fa ha
ricevuto a Pistoia il premio internazionale Dialoghi di Pistoia
parlando delle politiche sulla casa, per non parlare delle
polemiche per i suoi interventi sui migranti e poi dei suoi
appuntamenti sul tema della famiglia in giro per i Festival,
dopo la pubblicazione con Laterza dell’intervista di Maria
Novella De Luca, ‘La famiglia naturale non esiste’. Questo per
parlare degli ultimi giorni di una delle sociologhe italiane di
maggior fama “riconosciuta per i suoi importanti studi sulla
famiglia, sulla questione femminile, sulla povertà e le
politiche sociali. Laureata in filosofia, ha insegnato
sociologia della famiglia all’Università di Torino – si legge
nella sua biografia – ed è stata direttrice del dipartimento di
scienze sociali, del centro interdipartimentale di studi e
ricerche delle donne e membro della commissione italiana di
indagine sulla povertà e l’emarginazione. È anche professore di
ricerca al Wissenschaftszentrum für Sozialforschung di Berlino”.
Ma torniamo al tema del suo ultimo libro. “La famiglia può
essere una relazione che rinchiude o che apre agli altri –
risponde Chiara Saraceno -, che educa a badare solo ai propri
interessi e a quelli dei propri famigliari (o e proprio gruppo),
o invece ad avere un orizzonte più ampio. Non dipende dalla
forma che assume, ma dai valori e modalità di comportamenti che
promuove e trasmette. Certo in società in cui la gran parte
delle opportunità dipendono dalla famiglia in cui si nasce è più
difficile pensare e agire per il bene comune. Una società
democratica dovrebbe ridurre il peso dell’origine familiare
sulle chance di vita delle persone, rendendo accessibili a tutti
e in particolare ai meno privilegiati le risorse necessarie per
sviluppare appieno le proprie capacità fin dalla prima
infanzia”.
Quanto all’oggi, “l’intelligenza artificiale – dice – sta
sicuramente cambiando il modo in cui lavoriamo, soddisfiamo i
nostri bisogni, interagiamo con gli altri. Consapevolmente o
meno tutti la stiamo utilizzando (e ne siamo utilizzati). Può
creare nuove grandi disuguaglianze ma anche ridurne alcune
(penso ad esempio a quanto può migliorare la vita di chi ha
qualche disabilità). Non sono molto competente in materia, ma
credo che ci manchi ancora una elaborazione culturale, una
capacità di metabolizzazione, ed anche meccanismi regolativi
adeguati. Il “fattore umano” sta innanzitutto nella capacità di
elaborare questo passaggio, fronteggiandone i rischi e
possibilmente facendo in modo che i più vulnerabili – per età,
condizione sociale o altro – non ne vengano schiacciati o
marginalizzati”.
Perché a suo avviso la sociologia sta lasciando il passo alla
filosofia in una interpretazione del reale in cui, mancando
l’ideologia, sembrano più necessari indirizzi che analisi della
realtà? Quale dunque il ruolo che la sociologia dovrebbe
ritrovare? “Non mi sembra che la sociologia sia in concorrenza
con la filosofia”, risponde Saraceno. “Il problema che vedo, per
la sociologia ma credo che valga anche per altre discipline, in
larga misura dovuto al modo in cui oggi si fa carriera
accademica, è l’iperspecialismo e lo sbilanciamento sulle
questioni metodologiche, che rischia di far vedere l’albero in
tutti i suoi dettagli, non la foresta con la sua complessità. Di
qui, per contrapposizione, forse, il fascino non tanto della
filosofi quanto delle “narrazioni”.
La democrazia manca perché manca l’esercizio del collettivo?
“Il senso del collettivo, specie se basato su forti spinte
identitarie, può anche essere fortemente antidemocratico, oltre
che escludente. Anche per questo ad un certo punto me ne andai.
Prima ancora che l’agire collettivo, per favorire la democrazia
occorrono spazi e occasioni di confronto: di idee, progetti,
letture della realtà, da cui può anche scaturire un agire
comune. Quello che è venuto a mancare, o comunque si è molto
indebolito, è proprio questo. Non lo fanno più i partiti, anche
i sindacati hanno indebolito la loro funzione non solo di difesa
dei diritti dei lavoratori ma anche di socializzazione ad un
confronto su diverse letture della realtà. In parte lo fanno
alcuni soggetti del terzo settore, quando non si limitano a
erogare servizi, ma creano spazi e occasioni per discutere
insieme di ciò che bisognerebbe fare e che cosa occorrerebbe
cambiare. Le mobilitazioni su singole issues – dall’ambiente
alla violenza di genere alle guerre – sono importanti, ma non
bastano a costruire un agire democratico. Inoltre,
diseguaglianze troppo ampie e non messe in discussione nelle
loro cause e ragioni indeboliscono la democrazia innanzitutto
indebolendo la fiducia in essa”.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA

