Fra i tanti cambiamenti che negli ultimi anni stanno interessando il giornalismo vanno segnalate senz’altro le iniziative con cui — in tutto il mondo — le principali testate rinsaldano il rapporto con il loro pubblico. Un’esigenza resasi necessaria per rispondere al diluvio informativo favorito dalla rete e dalla conseguente frammentazione nelle forme di fruizione giornalistica di tutti noi.
È ancora più naturale che lo faccia Repubblica, un giornale che da sempre ha fatto del forte legame d’identificazione con i suoi lettori un tratto distintivo.
“Repubblica insieme”, il tour organizzato dal giornale nelle principali città italiane, si inscrive proprio nella logica descritta; così come la scelta degli argomenti da trattare: coerente con le peculiarità delle singole realtà toccate da questo giro d’Italia giornalistico. Dunque, a Firenze il tema è “La cultura cambia il futuro”.
La cultura genera dinamismo in quanto risorsa indispensabile per pensare con la propria testa, come sosteneva Mary Wollstonecraft, non a caso un’antesignana del femminismo. Soltanto l’indipendenza di giudizio aiuta ad agire autonomamente e, soprattutto, stimola quel pensiero creativo che ha fatto dell’Italia la culla del Rinascimento. Tuttavia, per pensare con la propria testa bisogna fare esperienze plurime e diversificate — come afferma Graham Murdock — cioè accompagnare alla crescita del proprio percorso formativo un articolato capitale sociale, fatto di relazioni eterogenee, ravvivate dalla frequentazione di una gran varietà di ambienti sociali, perché si cresce soltanto prendendo confidenza con gli altri, con chi è diverso da noi.
“La cultura cambia il futuro”: il 2 luglio a Firenze per “Repubblica Insieme” l’evento con i lettori
27 Giugno 2025
La cultura si compone di comparazioni, della capacità di confrontare stili e modi differenti di gestire la propria vita quotidiana. Si basa sull’incontro fra “altri” che stimolano la curiosità e aiutano la creatività e l’innovazione. Mai come negli ultimi decenni — anche a causa delle rivoluzioni tecnologiche — la cultura si è sviluppata grazie alla mobilità dei capitali, delle persone, dei beni e delle idee. La cultura non tollera l’immobilismo, la paura di rischiare, le logiche tradizionaliste.
Ad esempio, siamo proprio sicuri che i tanti nostri giovani che emigrano lo facciano soltanto per trovare una migliore condizione economica — ovviamente rilevante — e non anche perché altrove intravvedono una maggiore vitalità culturale? E siamo sicuri che lasciando in un limbo fatto di esclusione e di marginalità gli immigrati che arrivano da noi non stiamo mortificando soltanto le loro vite, ma anche quegli sguardi differenti che ci servono per arricchire visioni e possibilità?
Le tantissime sfaccettate dimensioni della cultura sono il motore di ogni futuro.
Così come ogni altra risorsa, la cultura va coltivata (ci si scusi il volontario gioco di parole). Non soltanto attraverso una concezione produttivistica, che sappia come investire risorse pubbliche e private, nella consapevolezza di come 1 euro investito in cultura determini un ritorno anche 2-3 volte superiore. Ma anche facendo sentire ogni individuo un agente attivo nella costruzione della società. Basta tornare indietro di qualche decennio — all’Italia del boom — per osservare come il cosiddetto miracolo italiano fu realizzato quando un cospicuo numero di nostri connazionali si è sentito dentro il flusso della storia e a costi di enormi sforzi ha investito sulla propria alfabetizzazione, sulla propria crescita culturale. Sforzo facilitato da un clima sociale che guardava al futuro con fiducia e speranza, che offriva alle persone un senso d’appartenenza e la capacità d’immaginarsi fuori da schemi che sembravano già scritti e immutabili. Come amava dire Nelson Mandela: è tutto impossibile finché qualcuno lo fa!

