La frase più indicata sui folli tre giorni veneziani di Jeff Bezos, me l’ha detta un negoziante poche ore dopo essere arrivata a Venezia: «Il problema non è il matrimonio di Bezos, il problema sono i matrimoni d’estate». La stessa che mio padre pronuncia da sempre prima di una qualsiasi cerimonia infuocata, e che mi tornerà in mente spesso, tra i duecento gradi, le barche, l’umidità a mille e la sfilata degli invitati grondanti in smoking (Kardashian senior ha provato a salvarsi con uno di quei ventilatorini di plastica che, prima o poi, tutti abbiamo avuto la tentazione, o il bisogno, di comprare, ndr). Insieme alle parole di Marracash, ascoltate a San Siro poche ore prima del treno direzione Laguna: «Tutti i ricchi sono identici, chi potrà proteggervi, se quei pochi si moltiplicano».
Ma come è stato davvero il matrimonio Bezos? Per chi l’ha vissuto da dentro la bolla – per dirla sempre alla Marracash – non è stato molto diverso da un qualsiasi party da prima linea di Hollywood, con canali al posto del red carpet, la polizia in moto d’acqua e un paio di abiti da sposa. La città è stata paralizzata? Sì e no. Venezia, tra overturismo, privatizzazioni e cambiamento climatico, ha già molti problemi, e le nozze Bezos non sono state che la versione aggiornata del matrimonio Clooney. Forse più blindate, sicuramente più Instagrammabili, ma niente che la città – purtroppo – non abbia già visto. Mr Amazon ci ha risparmiato il suo mega yacht, rimasto al largo della Croazia, e pure lo schiuma party che aveva tenuto sopra. La festa finale, che inizialmente doveva tenersi alla Misericordia, è stata spostata quasi in extremis alle Tese dell’Arsenale: una location più facile da chiudere e, soprattutto, geograficamente meno impattante sulla vita della città e dei residenti. Il merito, pare, va alle proteste annunciate e poi realizzate. Pacifiche, puntuali, con le giuste ragioni e i giusti slogan.
Jeff Bezos e Lauren Sanchez
ANDREA PATTARO/Getty Images
Il resto, l’ha fatto la guest list. Bezos e signora – o chi li ha consigliati molto bene – hanno saputo costruire il mix perfetto: abbastanza potente da attrarre attenzione, ma calibrato per spostarla dove serviva. Hanno invitato oligarchi, finanziatori di Amazon, amici trumpiani, ma anche il volto che conta di Hollywood (e la regina più illuminata di tutte, Rania): l’indimenticabile Orlando Bloom (a chi può stare antipatico Legolas?), la nuova diva Sydney Sweeney, esponente della Gen Z più glamour, le sorelle Jenner, di cui una fidanzata con il golden boy Timothée Chalamet (pare siano state loro a rimediare l’invito al resto del clan Kardashian), la coppia nerd-democratica Karlie Kloss e Josh Kushner e, infine, il divo attivista per eccellenza: Leonardo DiCaprio (accompagnato dalla fidanzata italiana, la modella Vittoria Ceretti).
Leo, a dire il vero, non ci è sembrato al settimo cielo per questa trasferta veneziana, ma non ha saltato nemmeno un party. L’operazione di celebrity-washing, se così la si può chiamare, è riuscita alla perfezione. A fine maratona, oltre al caldo, è rimasto soprattutto il bling-bling di Hollywood. E un po’ meno l’insofferenza per tutto ciò che Bezos rappresenta. Il merito, forse, è anche del suo simpatico sosia, l’elettricista tedesco che per più di tre giorni ha scattato selfie con chiunque. «Ma cosa te ne fai di una foto con Bezos? Sorride sempre ed è amico di Dicaprio», ho sentito dire davanti al vaporetto per San Marco. E se tutto questo non bastasse, dalla finestra dell’hotel con vista sulla prima festa alla Madonna dell’Orto, poco prima dell’acquazzone (finalmente!), si è sentito cantare Bella ciao. Sarà per La casa di carta, certo. Ma Bella ciao resta sempre Bella ciao.
P.s. Venezia è meravigliosa, ha ragione la sposa. Ma il prossimo miliardario che vuol sposarsi in Italia può farlo d’inverno?

