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    Home»Persone»Chiara Maci: «In Italia essere madre da sola è ancora un’anomalia. Ma io e mia figlia siamo sempre state famiglia»
    Persone

    Chiara Maci: «In Italia essere madre da sola è ancora un’anomalia. Ma io e mia figlia siamo sempre state famiglia»

    admin5698By admin569829 Giugno 2025Nessun commento6 Minuti di lettura
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    Chiara Maci: «In Italia essere madre da sola è ancora un’anomalia. Ma io e mia figlia siamo sempre state famiglia»
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    Chiara Maci, per una volta, mette da parte la cucina. Niente ricette, niente ingredienti: Quelle due (Mondadori) è il suo primo romanzo, e racconta un’altra storia. Una storia di madri e figlie, di solitudini condivise, di famiglie non convenzionali. Una storia che parla di genitorialità nelle sue forme meno canoniche, di giudizi che pesano, di un senso di inadeguatezza che tocca quasi sempre e solo le donne. «Scriverlo è stato terapeutico, catartico. Ho pianto, soprattutto alla fine. Ma non è la mia storia», racconta tra una presentazione e l’altra. Food expert, conduttrice, 41 anni, Maci è mamma di due bambini, Bianca, nata nel 2014 da una precedente relazione di cui non ha mai voluto parlare, e Andrea, avuto nel 2018 con lo chef Filippo La Mantia. «È la storia di tante donne», continua, «che chiedono il permesso per vivere, che si sentono in colpa se lavorano troppo, che hanno imparato a bastars, ma fanno ancora fatica a essere guardate senza essere giudicate».

    Com’è stato tornare al pubblico, ma con un progetto così diverso dalla cucina?
    «È strano per me non parlare di cucina, ma è bello, davvero bello. Durante le presentazioni incontro tante donne, tantissime. Spesso hanno un po’ l’occhio lucido, e non so mai se sia un bene. Forse sì, ma fa sempre un certo effetto».

    Scrivere Quelle due è stato più terapeutico o doloroso?
    «Doloroso no. È stato terapeutico, è stato un viaggio completamente nuovo. Io sono abituata a scrivere, amo scrivere, ma scrivo sempre di cose vere. Il romanzo ti dà una potenza incredibile, la libertà di inventare ma restando fedele alla realtà. Sono da sempre una grande lettrice, ma scrivere è un’altra cosa: puoi creare Adele, Mia, una casa, un luogo. E far dire ad Adele cose vere, che conosco, che ho vissuto. È stato un esperimento bellissimo. Sì, ho pianto, soprattutto nell’ultima parte. È arrivata di getto, come una liberazione».

    Quanto c’è di autobiografico in Quelle due?
    «Non mi piace che si vada a cercare nella mia storia. Adele è la portavoce di tante donne che vivono la “sindrome della brava bambina”, quelle che chiedono il permesso per vivere. Quando lo dico in presentazione, vedo occhi che si alzano come a dire: “Sta parlando di me”».

    Qual è il messaggio che l’ha colpita di più dal pubblico?
    «È difficile scegliere. Di recente, a Firenze, una ragazza mi ha fatto tre domande. Poi, durante il firmacopie, sembrava una seduta di analisi. Tutte: “Chiara, quella cosa della brava bambina…”, “Chiara, quando hai parlato del lavoro che fai solo per compiacere i genitori…”. Si crea un momento in cui capisci che hanno bisogno di essere ascoltate. E i libri, alla fine, servono anche a questo».

    Il titolo Quelle due da dove arriva?
    «Nasce per caso. Doveva chiamarsi in un altro modo. Ma leggendo le bozze mi sono accorta di aver scritto più volte “quelle due”. O lo toglievo, o lo evidenziavo. Ho pensato: “Potrebbe essere il titolo”. Mi dà l’idea di due persone di spalle che camminano insieme, come le indicava mia nonna, ma tenendole abbracciate».

    C’è qualcosa del suo rapporto con sua figlia Bianca nel legame tra Adele e Mia?
    «Sì, tanto. Quando cresci un figlio da sola, ci si prende cura l’uno dell’altro. Mia chiede ad Adele se ha tolto le collane prima di dormire. Questa è mia figlia: me lo chiede da sempre. Mi fa tenerezza, perché di solito immaginiamo i figli prendersi cura di genitori anziani. Qui è una bambina che si prende cura di un genitore giovane. Un figlio così è anche molto responsabilizzato».

    Quando si è sentita davvero madre per la prima volta?
    «Il giorno del parto. Appena mi hanno messo Bianca sulla pancia, ho capito che ero madre. Era come se l’avessi aspettata per nove mesi senza sapere chi fosse. Invece il momento in cui mi sono sentita famiglia è stato diverso: quando ho ricevuto dal Comune di Milano la lettera con scritto “Per la famiglia Maci”. Ho pianto tutto il pomeriggio. Nessuno ci aveva mai definite così. Eravamo io e Bianca, ma da quel giorno, eravamo famiglia».

    Oggi, secondo lei, siamo più pronti a riconoscere queste famiglie non “tradizionali”?
    «No, purtroppo no. Se ne parla di più, ma a livello culturale non è cambiato molto. La famiglia, in Italia, è ancora madre, padre e figlio. Ma per me famiglia è anche Costanza, l’amica di Adele e Mia. Ha più tempo e più amore di tanti parenti di sangue. I ragazzi, per fortuna, sono più avanti. Le amiche di mia figlia non direbbero mai che una famiglia è solo padre, madre e figlio».

    Da madre, secondo lei, qual è oggi la sfida più grande per chi ha figli?
    «Essere lasciata sola. Io non ho avuto nessun supporto. Nessun contributo. Lavoravo tutto il giorno da libera professionista. È un Paese che non ti aiuta. E c’è anche un tema culturale fortissimo. Ho tante amiche che vorrebbero un figlio, ma non trovano un compagno pronto. Non c’è una parità biologica nei tempi. E anche se volessero fare un figlio da sole, si sentirebbero giudicate. C’è ancora troppa ambiguità, anche legale».

    E come vive l’educazione di un figlio maschio, oggi?
    «Mi faccio tante domande. Il fatto che Andrea abbia una sorella per me è importantissimo. Impara a trattare le donnd anche in casa. E vive con una madre che lavora, che si prende cura di lui. È molto attento, mi chiede sempre come sto. Crescere un figlio maschio oggi è una responsabilità enorme. Perché è meglio costruire uomini solidi che aggiustare quelli rotti».

    Tornando al libro: che ruolo ha il cibo nel racconto?
    «È ovunque. C’è l’estratto di pomodoro che tiene insieme la famiglia, un rito inventato dalla nonna per non farli disgregare. E c’è il tavolino per due dove Adele mangia da sola. Un’immagine che mi piace molto. Perché mangiare da soli in Italia è ancora visto come qualcosa che fa pena. Invece dovrebbe essere normalità, anzi: un piacere. Io, da sola, mi concentro dieci volte di più sul cibo. È il mio guilty pleasure».

    Chiara, oggi si sente libera dal giudizio?
    «Sì. Ma c’è voluto tempo, analisi, lacrime. Per anni mi sono sentita giudicata per tutto: perché lavoravo, perché lasciavo mia figlia. Anche dalla mia famiglia. Poi ho capito: quando lavori, lavori. Quando stai con i figli, stai con loro. Adesso, i miei figli sanno che anche promuovere il libro è importante per me, e io torno a casa felice. E questo è ciò che conta».

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