L’inizio del concerto di Marco Mengoni a Napoli ha un’atmosfera quasi epica: il cantante si erge tra cumuli di macerie di una civiltà distrutta e, come un novello messia, si prepara a catturare il suo pubblico. Sfilano via le canzoni, da Ti ho voluto bene veramente a Sai che, e diventa un ipnotico aedo che, come nella tradizione greca, racconta la sua storia. Nelle quasi due ore e mezza successive, Mengoni prende il concetto classico di tragedia greca e lo rimaneggia per offrire uno spettacolo in cui vengono descritti gli opposti: alla distruzione, segue la bellezza della rinascita che, però, è fragile come un palazzo di cristallo o sfuggente come l’acqua, così come suggeriscono le scenografie alle sue spalle. E lo stesso vale anche per la musica: tra i momenti di introspezione, come in Tutti hanno paura, L’Essenziale o Due Vite, si inseriscono quelli più scanzonati di No stress, Pazza Musica o La casa Azul.
blacc.o
Il cantante, per questo tour negli stadi iniziato il 26 giugno dal Maradona di Napoli, ha deciso di essere ambizioso e di mostrare tutta la sua maturità artistica. Lo spettacolo è, infatti, concettuale e diviso in atti (prologo, parodo, episodi, stasimi, esodo e catarsi), ciascuno dei quali introdotto da un breve monologo in cui l’artista riflette su se stesso e la società. «L’egoismo ha distrutto la nostra idea di società: pensare l’altro come nemico fa crescere la diffidenza e la paura. […] Con che coraggio ci lamentiamo di chi ci governa se non andiamo a votare, non manifestiamo, non ci facciamo sentire?», dice all’inizio dello show, scatenando gli applausi del pubblico da cui si congeda, invece, a fine concerto, dicendo: « […] Camminiamo sopra le macerie consapevoli di cosa rappresentano: il passato da cui ripartire ogni volta. Siamo edifici di vetro complessi, consapevoli, ma anche fragili». Mengoni sa bene che quanto sta proponendo ai suoi fan – esaltato dalle scenografie che cambiano a ogni atto, così come dagli outfit che sottolineano, quando serve, forza e vigore oppure fragilità e introspezione – non è così facile e immediato e, infatti, in più occasioni si rivolge al pubblico napoletano ringraziandolo perché riesce a cogliere le sfumature, sottolineando ogni passaggio con entusiasmo.
Nicolò Salvatori
Se la costruzione dello show è grandiosa, degna di un artista internazionale, la musica invece è asciutta, senza fronzoli in modo che mostri tutta la bravura del cantante che non sbaglia mai una nota ed esegue ogni canzone alla perfezione, nonostante i riarrangiamenti tutti nuovi in cui si è dato spazio anche a brevi segmenti di cover di brani di successo come Ordinary World dei Duran Duran, Black Hole Sun dei Soundgarden o, per rimanere in Italia, Mi Fido di te di Jovanotti. E, non è un caso che, almeno in questa prima tappa, non ci siano stati ospiti: Mengoni ha voluto mettersi alla prova, dimostrando di saper gestire un one man show in cui canta, balla, si diverte e intrattiene il pubblico alternando, sempre nella stessa logica delle contrapposizioni, momenti di leggerezza ad altri più seriosi. Il cantante è infatti lo stesso che, di blu vestito e con fumogeni in mano, omaggia il pubblico napoletano festeggiando, insieme al loro, il successo dello scudetto, ma è anche quello che, avvolto da una bandiera della Palestina, dice: «Ce n’è abbastanza nel mio spettacolo di stop a questa orribile cosa che l’uomo continua a fare. Noi continuiamo a farci sentire, magari il messaggio arriva anche a quelle teste di cazz*».

