«Siamo fuggiti dal Camerun, dove mio suocero ha violentato mia moglie per anni. In Libia siamo stati rapiti, venduti, torturati. Mi picchiavano, mi facevano stringere vetri rotti tra le mani. Ma la cosa peggiore è stata vedere mia moglie violentata davanti ai miei occhi. L’hanno costretta a prostituirsi. Mi dicevano che l’avrebbero uccisa se non obbedivo». Sono le parole di uno dei pazienti assistiti dal team di Medici Senza Frontiere a Palermo, all’interno del progetto dedicato alle vittime di tortura, in collaborazione con l’Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico «Paolo Giaccone», il Dipartimento PROMISE, la CLEDU (Clinica Legale per i Diritti Umani) e l’Università degli Studi di Palermo. Questa testimonianza e altre sono pubblicate all’interno del rapporto «Disumani» presentato in occasione della Giornata mondiale in supporto delle persone sopravvissute a tortura, che ricorre il 26 giugno.
Tra gennaio 2023 e febbraio 2025, 160 sopravvissuti a torture e violenze intenzionali sono stati presi in carico dal progetto di Msf a Palermo. Il 60 per cento degli abusi è avvenuto in Libia, un terzo in Paesi che l’Italia considera «sicuri» per i rimpatri. L’80 per cento delle donne ha subito violenza sessuale, e il 67 per cento dei pazienti mostra segni di stress post-traumatico. Nonostante ciò, solo il 22 per cento ha ottenuto lo status di rifugiato. È forse questo il dato più sconcertante che emerge dal primo rapporto della Rete Italiana per il Supporto alle Persone Sopravvissute a Tortura (ReSST).
Chi sono i sopravvissuti
L’età media è 25 anni, per il 75 per cento si tratta di uomini, provenienti soprattutto da Bangladesh, Gambia e Costa d’Avorio. Ma anche molte donne, violentate e abusate più volte, spesso lungo il percorso migratorio. Alcuni uomini hanno raccontato torture che includevano anche violenza sessuale o l’obbligo di assistere allo stupro di una moglie o sorella.
Le rotte migratorie percorse, sempre più pericolose, rivelano una verità che i numeri confermano: il 60 per cento delle torture è avvenuto in Libia, mentre un terzo dei casi (36,5%) si è verificato in nove paesi definiti sicuri dal nostro governo, tra cui Tunisia, Algeria, Gambia e Bangladesh. In alcuni casi (2%), le torture sono avvenute persino nei paesi di arrivo, compresa l’Italia. In sei casi su dieci i responsabili sono i trafficanti, mentre nel 29% dei casi sono le forze dell’ordine.
Percosse, frustate, bruciature, rimozione delle unghie, soffocamento, folgorazioni. Sono solo alcune delle modalità con cui uomini e donne in fuga vengono torturati, spesso ripetutamente. «Cerchiamo di trasformare i flashback in ricordi, per liberare i pazienti dal potere che le torture continuano ad avere su di loro» spiega Carmela Virga, psicologa di MSF a Palermo. «La terapia parte dalla ricostruzione della fiducia e dalla restituzione del diritto a decidere per sé stessi». Il 67 per cento dei pazienti mostra sintomi da stress post-traumatico, con disturbi depressivi e ansiosi, e il 3 per cento manifesta pensieri suicidari. «Forme di violenza estrema, tra cui la tortura, sono un elemento strutturale e diffuso lungo la rotta migratoria mediterranea» spiega Elisa Galli, responsabile del progetto di MSF a Palermo. «Lasciano cicatrici profonde e durature che vanno trattate con un percorso di cure che permette la ricostruzione della propria identità e di ritrovare fiducia negli altri e speranza nel futuro. Un supporto specialistico adeguato è essenziale affinché la vita di queste persone possa ricominciare, a partire dalla loro salute».
L’appello di Medici senza Frontiere
Così Medici Senza Frontiere sollecita le istituzioni italiane affinché: «l’Italia si conformi pienamente agli obblighi sanciti dalla Convenzione contro la tortura (1984), in particolare all’articolo 14, che riconosce alle vittime il diritto alla riabilitazione più completa possibile, assicurando un adeguamento efficace del sistema di accoglienza e dei servizi sociosanitari dedicati. Le Linee guida per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione adottate dal Ministero della Salute nel 2017 vengano rigorosamente attuate su tutto il territorio nazionale. Vengano superate le barriere istituzionali e le politiche migratorie restrittive, ripristinando e potenziando un sistema di accoglienza e assistenza inclusivo e ben strutturato. Infine siano sostenuti e garantiti percorsi di accesso sicuri, evitando che le persone siano costrette a transitare attraverso paesi o territori in cui sono notoriamente esposte a pratiche di tortura e violenze».

