Lo scorso venerdì un bimbo di 4 anni è sfuggito al controllo dei genitori ed è caduto in acqua in piscina nel bresciano. Il piccolo è in gravissime condizioni nella Rianimazione pediatrica dell’ospedale di Bergamo. La settimana scorsa, al Lido degli Estensi, in provincia di Ferrara, un ragazzo di 16 anni, Aymane Ed Dafali, è morto annegato. Stava cercando di salvare due persone in difficoltà in acqua, in un tratto di spiaggia libera vicino al Canale Logonovo. Lui era con alcuni amici su un pattino.
Domenica i sommozzatori hanno recuperato il corpo senza vita di un bambino di 10 anni, di origine marocchina, scomparso al lago di Bilancino, a Barberino di Mugello, in provincia di Firenze. Un’altra tragedia è avvenuta in provincia di Ferrara, dove un bambino di sei anni è morto in ospedale dopo essersi tuffato in una piscina al camping Tahiti a Lido Nazioni.
I dati dell’Istituto superiore di Sanità
Dal 2003 al 2020, 6.994 persone sono morte per annegamento. Sono fra le 300 e le 350 persone quelle che perdono ogni anno la vita. Per l’esattezza 320 secondo il report sicurezza in acqua dell’Istituto Superiore di Sanità. Sono incidenti in mare, fiumi, laghi, ma anche canali e piscine. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ogni anno nel mondo si registrano oltre 320.000 annegamenti. Più della metà delle vittime ha meno di 25 anni. Spesso a perdere la vita sono persone che cercano di salvarne altre.
Il 12% delle persone che annegano ha meno di 18 anni. Si tratta di circa 40 decessi di bambini o adolescenti, con i maschi che rappresentano l’81% di tutte le mortalità per annegamento in età pediatrica. Nelle piscine il 53% dei casi, riguarda i bambini più piccoli di 12 anni secondo il secondo rapporto dell’Osservatorio per lo sviluppo di una strategia nazionale di prevenzione degli annegamenti e incidenti in acque di balneazione, pubblicato nell’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità.
Nella maggior parte dei casi i bambini cadono in acqua e finiscono dove è profonda, non sapendo nuotare. Una delle cause più comuni di annegamento infantile è la mancata o inadeguata supervisione da parte degli adulti. Queste le risposte al sondaggio ISS:
Parlavano con altri (38%)
Leggevano (18%)
Mangiavano (17%)
Parlvano al telefono (11%).
Tra i genitori degli under 12 quasi la metà credeva che avrebbe sentito rumori e schizzi o lacrime del loro figlio, se fosse stato in difficoltà in acqua. Il 56% credeva che un bagnino, se presente, fosse la persona principale responsabile della supervisione, e il 32% ha riferito di lasciare il proprio bambino incustodito in una piscina per 2 minuti o più.
La tempestività dell’intervento è fondamentale: per annegare sono sufficienti dai 3 ai 6 minuti. I più a rischio sono i bambini più piccoli che possono trovarsi in difficoltà già in pochi centimetri d’acqua e che non riescono a chiedere aiuto. Più della metà degli incidenti in piscina riguarda bambini fino a 12 anni. Gli adolescenti sono a rischio con un picco di oltre l’80 per cento tra i maschi.
I bambini sono particolarmente vulnerabili agli annegamenti, in quanto sono più sensibili degli adulti al debito cerebrale di ossigeno. I bambini piccoli (lattanti e primo anno di vita) hanno un rapporto cefalosomatico sfavorevole, con il capo relativamente pesante; inoltre, tendono naturalmente a mantenere anche in acqua la posizione di “gattonamento”.
Tendono ad avere un galleggiamento orizzontale, prono e con la testa in basso. I bambini che stanno annegando non si agitano e non gridano aiuto. Il tempo di sommersione può essere limitato a pochi secondi.
I bambini più grandi, che sanno già camminare bene a terra, tendono anche in acqua a ricercare la posizione verticale, cercando disperatamente di restare a galla, ma lo fanno in modo scomposto, sommergendosi in pochi secondi.

