“Esiste una regola secondo me,
una contraddizione solo apparente: a scrivere opere a carattere
umoristico sono di solito le persone più cupe. Al contrario noi,
che scriviamo drammi, siamo persone più leggere, più ironiche.
L’ironia è una parte fondamentale per entrare in contatto con le
altre persone, un bisturi affilato capace di rivelare le
incoerenze insite in ogni aspetto della vita”. Sorprendente e
istrionico, Guillermo Arriaga ha strappato più di una risata al
pubblico del Marina Cafè Noir, il festival letterario più
longevo della Sardegna, ospitato sulla terrazza del Bastione
Saint Remy, a Cagliari.
Autore di culto, assurto al rango di classico contemporaneo
con Il Selvaggio, Arriaga ha profondamente segnato l’immaginario
collettivo di tutto il mondo firmando come sceneggiatore i più
grandi capolavori di Alejandro Inarritu, da Babel a 21 grammi.
Sfoggiando a tratti un ottimo italiano, ha subito voluto rendere
omaggio ad Antonio Gramsci: “Un filosofo molto importante per la
mia generazione, un pensatore che mi ha segnato profondamente a
livello personale”. Tanti gli spunti di conversazione, orientata
dal giornalista Celestino Tabasso con l’interpretazione di Maura
Bagnone, per un dialogo che lo scrittore di Città del Messico,
autore di Amores perros, ha condotto interamente in piedi, “per
rispetto del pubblico”.
Intenso lo spazio dedicato al racconto del suo ultimo
romanzo, Strane, tradotto in Italia da Bompiani, una storia di
amicizia, amore e coraggio per un’avventura che indaga l’ascesa
della scienza nel XVIII secolo, con la sua lotta alle
convenzioni religiose e sociali. Palma d’oro a Cannes nel 2005
per Le tre sepolture, Arriaga ha poi aperto il suo laboratorio
di scrittore, un’attività, svela, a cui dedica 12 ore al giorno
di lavoro “come i grandi atleti che si allenano per migliorare”.
Cita Messi e Cristiano Ronaldo, l’ossessione “dei più grandi”
nell’affinare il talento.
Quindi una riflessione sull’arte, sul mestiere di scrivere,
sul ruolo delle storie: “Credo che l’obiettivo principale
dell’arte sia quello di far nascere domande, piuttosto che dare
delle risposte. E oggi abbiamo tante domande da farci, ma la
cosa importante è che tutte queste domande ci portino a un
dialogo. L’obiettivo dell’arte è proprio questo: promuovere il
dialogo”. Un concetto tutt’altro che banale in un mondo lacerato
dai conflitti.
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