ROMA – Sono 1.573 firme apposta in calce a una lettera che vuole dire, alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e alla ministra della Ricerca e dell’Università, Anna Maria Bernini, che loro, i ricercatori assunti con i soldi del Pnrr, hanno il bollino di scadenza sulla schiena: “Entro un anno i nostri contratti saranno finiti e avremo due scelte: o emigrare all’estero o smettere con la ricerca e qualsiasi percorso accademico o scientifico”.
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Le firme sono dei ricercatori assunti su progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza, gli Rtda assunti a tempo determinato, e di diversi accademici che li appoggiano. Vogliono condividere con i vertici dello Stato, i parlamentari tutti, “la nostra sentita preoccupazione riguardo al nostro prossimo futuro e per cercare di convergere assieme su possibili soluzioni, per far sì che il Pnrr non diventi la pietra tombale delle nostre carriere, già precarie ancora prima del suo avvio”.
La fine dei contratti
La maggior parte dei contratti Rtda Pnrr scadrà tra fine 2025 e inizio 2026, meno di un anno. E questa data, oltre a coincidere con l’inizio della restituzione all’Unione europea del 60 per cento del prestito erogato dopo la pandemia da Covid, si affianca ad altre due incombenze finanziarie legate al mondo universitario: “La riduzione effettiva del Fondo di finanziamento ordinario agli atenei” e “l’aumento dei costi del monte stipendi, legato all’ultimo adeguamento salariale all’inflazione”.
Questi aggravi di spesa, “che hanno messo in grave difficoltà economica tutti gli atenei Italiani”, hanno portato “a una paralisi del sistema dei concorsi per posti da strutturato e, di fatto, a un blocco del turnover”. Con i contratti dei precari che si avvicinano alla loro scadenza, si materializza “il rischio effettivo di un’espulsione in massa di un’intera generazione di ricercatori universitari”.
“Siamo tutti qualificati”
Nella lettera, ricordano che la maggior parte degli studiosi a tempo determinato “vanta un’esperienza pluriennale (se non decennale) nel sistema della ricerca e della didattica universitaria”. Ecco, “l’attuale situazione ci pone in una condizione di forte incertezza, lasciandoci di fatto due sole alternative: investire (o reinvestire) le nostre maturate competenze all’estero, oppure abbandonare definitivamente il percorso accademico, con la forte probabilità di attraversare un periodo più o meno lungo senza lavoro”.
I ricercatori del Pnnr sottolineano, come da un lato, lo Stato abbia investito ingenti risorse nella loro formazione, dall’altro abbia introdotto misure fiscali per favorire il rientro dei cervelli, “di cui molti di noi hanno beneficiato, tornando in Italia proprio per contribuire ai progetti legati al Piano nazionale”. Ecco, “se non ci venisse data la possibilità di mettere a frutto queste competenze sul territorio nazionale, questo investimento si tradurrebbe in un enorme spreco di denaro pubblico”. Inoltre, “l’interruzione dei nostri contratti ci costringerebbe, in molti casi, a ricorrere al sussidio di disoccupazione, generando un ulteriore costo per lo Stato, che potrebbe invece essere impiegato per garantire la continuità delle nostre carriere”.
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La ministra Bernini ha messo 50 milioni di euro su un bando costruito per richiamare i vincitori italiani di bandi Erc attualmente impegnati all’estero: a loro vengono promessi ambienti dotati di infrastrutture all’avanguardia. “Queste infrastrutture sono state in gran parte acquisite con i fondi Pnrr”, dicono i Rtda, “attraverso progetti ai quali abbiamo dedicato tre anni di lavoro”. Alla fine di questi progetti, “saremo noi ad essere spinti fuori dal mondo accademico”.
Piano straordinario di reclutamento
I ricercatori del Pnrr chiedono “l’immediata attuazione di un piano straordinario di reclutamento che consenta di bandire un numero di contratti da ricercatore in tenure track, uguale a quello degli attuali contratti Rtda”. E poi, seconda richiesta, “risorse adeguate al fine di consentire il passaggio a professore associato a partire dal secondo anno di contratto per i titolari di Abilitazione scientifica nazionale”.
I precari accademici propongono, infine, che i canali per chiamata diretta attualmente destinati al reclutamento di professori e ricercatori “stabilmente impegnati all’estero in attività di ricerca o insegnamento a livello universitario” siano allargati a coloro che “abbiano già svolto periodi di almeno tre anni all’estero e siano rientrati in Italia attraverso bandi Pnrr o simili”.
Chiudono: “Siamo convinti che investire nella ricerca pubblica e nella didattica universitaria sia fondamentale per poter costruire un sistema che sia davvero resiliente rispetto a situazioni di crisi su vasta scala. L’università può rappresentare un volano per il Paese solo se adeguatamente finanziata. Se questo momento di crisi dovesse portare all’estinzione di massa dei ricercatori precari che, ad oggi, permettono il funzionamento dell’accademia, l’università italiana ne risulterebbe danneggiata in maniera irreversibile. Questa grave sconfitta comprometterebbe il futuro dell’intero Paese, limitandone le prospettive di sviluppo e riducendolo ad una condizione di subalternità”.

