Forse bisognava davvero andare nello spazio per tornare alle radici. Con Elio, la Pixar mette da parte le acrobazie concettuali degli ultimi anni e torna a fare quello che le riesce meglio: raccontare l’infanzia per com’è davvero. Non solo spensierata e luminosa, ma fragile, incerta, un po’ solitaria. E lo fa ripescando una delle figure più classiche della narrativa: l’orfano.
Elio è un bambino senza amici, troppo sensibile, fuori sincrono rispetto al mondo. Vive con la zia Olga, astronauta mancata, che ha messo da parte i propri sogni per crescerlo. Non ha genitori, ma ha immaginazione da vendere e la sensazione che, da qualche parte nell’universo, ci sia qualcuno disposto ad accoglierlo. Quando riesce a farsi rapire da una confederazione aliena e viene scambiato per l’ambasciatore della Terra, Elio non si spaventa. Ci spera.
Certo, c’è l’avventura spaziale, tra alieni buffi e altri meno amichevoli. Ma il cuore del film è un’amicizia improbabile con una creatura aliena, una specie di baco in attesa di essere incorporato in un maestoso carapace di guerra. Lo spazio, come nella migliore fantascienza, è il pretesto, una metafora gentile per parlare di inadeguatezza, desiderio di fuga, sogni più grandi di noi.
Adrian Molina, già co-regista di Coco, firma un film visivamente creativo ma con un’emotività trattenuta e precisa. Dopo aver parlato di morte, emozioni e jazz, Pixar torna all’essenziale: chi siamo, dove ci sentiamo a casa, cosa significa essere accolti. Elio ha una grazia tutta sua, senza effetti speciali, ma è uno di quei film che ti tocca un po’ il cuore. E forse è proprio così che nascono i classici.

