Se gli strumenti per trasformare il sistema energetico esistono – dalle rinnovabili allo storage, fino all’intelligenza artificiale (AI) – ciò che ancora manca è un approccio integrato, capace di mettere in contatto infrastrutture, mercati, regole e consumatori lungo tutta la filiera dell’energia.
Lo evidenzia il rapporto annuale Energy Industry Insights 2025 di Dnv, frutto di una survey su oltre 1.100 manager del settore. Secondo lo studio, il primo ostacolo della transizione è proprio la sua natura ibrida. Fossili e rinnovabili coesisteranno ancora a lungo: secondo Dnv, nel 2050 il 50% dell’energia globale sarà ancora generata da fonti fossili (oggi, siamo all’80%). A cambiare sarà il modo in cui energia elettrica, gas, biometano, idrogeno e combustibili sintetici coesisteranno in reti interconnesse. Un “sistema di sistemi”, come lo definisce il rapporto, dove le tecnologie non bastano: servono regole, pianificazione e investimenti coordinati.
Gli esempi di fallimenti sistemici non mancano. Il blackout del Texas nel 2021, causato dalla mancanza di coordinamento tra sistema elettrico e rete gas durante un’ondata di gelo, è diventato un caso emblematico. Oppure il vasto blackout che ha colpito Spagna e Portogallo nell’aprile 2025, lasciando milioni di persone senza elettricità. Le cause sono ancora oggetto di indagine, ma il contesto è chiaro: una rete connessa solo per il 3% al resto d’Europa e un mix energetico con oltre il 70% di rinnovabili hanno reso difficile gestire l’equilibrio tra produzione e domanda in tempo reale.
Le reti elettriche emergono, quindi, come l’anello debole della transizione. Il 96% dei manager intervistati ritiene urgente aumentare gli investimenti, mentre l’84% denuncia l’inadeguatezza dell’infrastruttura esistente per connettere le rinnovabili ai centri di domanda. Ma il problema non è solo economico: è soprattutto regolatorio. I sistemi di trasmissione e distribuzione, denuncia Dnv, restano ostaggio di regole pensate per un mondo prevedibile e centralizzato. Le riforme avanzano a macchia di leopardo, spesso in ritardo rispetto alle ambizioni dichiarate.
Il report dedica ampio spazio alla gestione “ondivaga” del nodo reti. A rallentare la trasformazione non è la mancanza di tecnologie o di capitali, ma un mosaico normativo incoerente e una burocrazia farraginosa. I tempi di autorizzazione per nuovi impianti o infrastrutture possono arrivare a 8 anni, contro i 2-3 necessari per la costruzione. E anche dove esistono meccanismi di supporto alla flessibilità (come in California o Australia), il mercato spesso non valorizza in modo adeguato lo storage o la risposta della domanda. Il risultato? Un rischio crescente di sovrainvestimenti inutili e inefficienze strutturali.
Per Dnv, l’esempio del Regno Unito è emblematico. Oggi il sistema di connessione alla rete britannica ha in lista progetti per oltre 750 GW – il quadruplo del necessario al 2030. Il nuovo operatore pubblico Neso ha avviato una riforma per dare priorità ai progetti più maturi, introducendo una logica di sistema. Ma anche questa scelta, seppur virtuosa, sconta l’assenza di un quadro europeo coerente sulle priorità infrastrutturali.
Intanto, il sistema cambia anche dal basso. I consumatori non sono più soggetti passivi: investono in impianti fotovoltaici, batterie, pompe di calore ed elettrificano processi e veicoli. Il 35% delle imprese energivore ha siglato Ppa diretti con fornitori privati, in crescita rispetto al 25% del 2024. Ma più della metà lamenta l’impossibilità di integrare questi asset nei sistemi elettrici locali, spesso saturi o non digitalizzati.
In India, per esempio, colossi industriali come Reliance, stanno costruendo gigafabbriche alimentate da 100 GW di rinnovabili. Un salto dimensionale che ha costretto il regolatore a ripensare da zero accesso alla rete, pianificazione dei flussi e storage. E in Europa, la mancanza di dialogo con le comunità locali – come nel caso delle linee elettriche tedesche – dimostra che nemmeno le migliori tecnologie possono compensare un deficit di fiducia e partecipazione. Le conclusioni dello studio sono chiare: senza coordinamento tra reti, regolatori, mercati e utenti, anche i migliori investimenti rischiano di non produrre valore.

