Se avete Tiktok è molto probabile che vi siate imbattuti in Angela Lin: una signora cinese dalla pelle di porcellana che, per pubblicizzare il suo An Megastore, il negozio nel quartiere Ostiense di Roma che gestisce da tanti anni, si è inventata un format capace di incuriosire il pubblico spingendolo ad andarla a trovare. Attraverso sorrisi smaglianti e tormentoni come «Bella fisica» Angela Lin è diventata una superstar prima dei social, dove vanta oltre 370mila followers e 80 milioni di visualizzazioni grazie ai video pubblicati su TikTok, e dopo della tv. Venerdì 20 giugno Angela sbarca, infatti, in prima serata su Real Time grazie a un docu-reality, Angela Megastar, nel quale racconta per la prima volta qualcosa della sua vita: dall’infanzia difficile in Cina all’arrivo in Italia nel 1984 fino al complicato rapporto con suo figlio Alessandro, trent’anni, che la madre vorrebbe vedere al fianco di una ragazza cinese anche se lui intrattiene già una relazione con una fanciulla di origine peruviana. Angela risponde su Zoom: è impeccabile e sorridente. Naturalmente nel suo negozio.
Lavora sempre?
«Sette giorni su sette sono qui».
Che cosa rappresenta il lavoro per lei?
«Il lavoro mi rende felice: se non c’è, sto male. Venire incontro ai bisogni dei clienti mi rende contenta».
Torniamo indietro: che bambina era Angela Lin?
«Sono nata in una famiglia normale: mio padre era un sarto e mia madre una casalinga. Sono la quarta di cinque figli, che ora sono tutti qui con me in Italia. Da bambina mi piaceva studiare e applicarmi anche se, quando tornavo a casa, aiutavo mio padre a cucire i vestiti. Col tempo sono diventata una brava sarta: i soldi che guadagnavo li davo tutti ai miei genitori affinché non gli mancassero mai. Mi hanno insegnato a non spendere troppo e a mettere da parte».
Le sono pesate le rinunce?
«Ricordo che a un certo punto volevo una bicicletta e poi un registratore, ma mio padre mi disse di no. Lì per lì ero dispiaciuta, ma crescendo e diventando madre ho capito quanto fossero importanti quei sacrifici».
Nel 1984 lascia la Cina e si trasferisce in Italia: perché?
«Avevo 19 anni e venivo da un paesino molto piccolo e molto povero. Non avevo mai visto un autobus e non avevo mai mangiato il gelato: ero molto invidiosa delle persone che vivevano nelle grandi città. Non avendo potuto continuare a studiare, ho deciso di andare in Europa come molti altri di noi; a Bologna c’erano dei cugini, così mi sono spostata in Italia».
Cosa facevano i suoi cugini?
«Avevano una fabbrica di borse. Da una parte ero contenta di vedere un posto nuovo, ma dall’altra ero molto triste al pensiero di lasciare la mia famiglia e i miei amici. Ho pianto tanto all’inizio».
I primi tempi in Italia?
«Non capivo la lingua, non conoscevo nessuno: non è stato facile, ma mi sono data da fare lavorando e scrivendo ogni due settimane una lettera che spedivo in Cina per avere notizie dei miei. La sera studiavo l’italiano e la mattina lavoravo».
Ha anche cambiato nome, visto che non si chiama Angela.
«Lo hanno cambiato anche i miei cugini: mi piaceva il nome Angela perché mi trasmetteva allegria, così l’ho cambiato anche io».
Dopo Bologna cosa è successo?
«Ci sono stata un anno e mezzo, dopodiché mi sono spostata a Milano da un nostro compaesano. Lavoravo tanto: di giorno andavo in una fabbrica italiana di vestiti, mentre la sera lavoravo come cameriera. Quando rientravo finalmente a casa, mi mettevo a cucire ricami e a sistemare i vestiti. Ero giovane e non sentivo tanto la stanchezza».
Dopo Milano?
«Mi sono spostata a Palermo, dove mi sono sposata, dopodiché sono andata a Roma, dove ho aperto un laboratorio di vestiti. Ero incinta di Alessandro e ricordo che, per il troppo lavoro, sono stata ricoverata in ospedale perché rischiavo di perderlo: è nato al settimo mese con il cesareo. Nella mia vita ho sempre lavorato tanto. Ho anche aperto un ristorante a Ostia e un negozio di cellulari prima che il Megastore arrivasse nella mia vita. L’ho aperto insieme a un’amica e, facendoci prestare i soldi dai parenti, siamo riuscite a partire».
Che accoglienza ha ricevuto dagli italiani?
«Si sono sempre comportati bene e si sono dimostrati molto gentili ed educati. Anche se non parlavo bene la lingua, ho trovato tanti italiani felici di darmi una mano».
Che mamma è per Alessandro?
«Non sono molto brava a fare la mamma. Il mio ex marito era un po’ lazzarone, e io dovevo per forza lavorare per mantenere la famiglia. Questo mi ha portata, per forza di cose, a non dare ad Alessandro molte attenzioni e a non dedicargli tanto tempo: stavamo insieme pochissimo, senza contare che ogni anno lo mandavo in Cina. Quando sono diventata membro dell’Associazione delle Donne Cinesi d’Oltremare a Roma, provando ad aiutare tutti i compaesani che non parlavano la lingua e non sapevano come muoversi, le cose sono peggiorate perché avevo ancora meno tempo di prima».

