ISAAC BASHEVIS SINGER, ‘A COSA SERVE LA LETTERATURA?’ (ADELPHI, pp. 210 – 19,00 euro – Traduzione di Marina Morpurgo) – DANIELA MARCHESCHI, ‘IL SOGNO DI DON CHISCIOTTE’ (BIBLIOTHEKA EDIZIONI, pp. 160 – 21,00 euro)
“Che il sogno non possa essere considerato una vacanza del pensiero lo sa bene un lettore: se il sogno non fosse la vita stessa, realtà anch’esso, un sentimento e un aspetto della realtà – di ciò che già esiste o potrebbe esistere – perché mai leggere la letteratura? Perché mai fare critica letteraria cercando di comprendere ogni parola, ogni frase, interrogandosi sui significati della pagina?”. È questa la considerazione di Daniela Marcheschi che coinvolge il lettore anche nella sua veste di critico militante o accademico, ed è la domanda da cui prende le mosse questo acuto saggio che, partendo dall’eroe di Cervantes, indaga il senso della letteratura e quello appunto del leggere e far critica, sottolineando il valore della poesia e della tradizione. E proprio nel segno della tradizione si conclude con due vivaci e articolati capitoli, uno ‘Contro Steiner’ e l’altro ‘Contro Bloom’. Daniela Marcheschi è docente di letteratura e antropologia delle arti, ha insegnato all’Università di Firenze, di Upsala e Salamanca e oggi è alla Alberta di Lisbona.
Don Chisciotte vive sognando e sogna vivendo: è il prototipo del lettore e dei suoi sogni a occhi aperti. Ama con tale trasporto la letteratura cavalleresca e i valori che questa propone da volerne seguire gesta e incarnarne gli ideali sino all’orlo della pazzia, come tutti i cavalieri – sembra dirci il suo autore – come tutti coloro che combattono per il vero e la verità di un sogno, per un mondo migliore. “È della pazzia delle utopie che gli esseri umani hanno bisogno per la loro condizione antropologica stessa, che è fatta di memoria del passato, percezione del presente, attesa, costruzione e progetto del futuro”. Poi c’è, contraltare del cavaliere della Mancha, la flaubertiana Emma Bovary sedotta dalla letteratura sentimentaleggiante romantica deteriore la cui fuga dalla realtà avviene nel segno di un io ipertrofico, incapace di sentirsi parte della complessità del mondo e di guardare al di là della propria insoddisfazione.
Sono notazioni che vengono fatte ricordando che oggi facili “libri gialli abbondano così tanto nelle librerie, che è impossibile non nausearsi di una simile moda”, che spinge a farsi altre domande: “Dove è finita la narrazione elaborata pure in verticalità, più completa e meditata? E il sogno della letteratura dello scrittore italiano?”, quello si intende che crede nella responsabilità della propria scrittura, nel suo valore civile capace di mettere in rilievo le complessità del mondo, contribuendo a creare una cultura diversa: “Miseri – esclama la Marcheschi – coloro che, consolati dal proprio pessimismo, non pensano che la letteratura possa cambiare il mondo!”.
Una posizione lodevole e di responsabilità, se uno scrittore premio Nobel come I. B. Singer dice: “Non conosco alcun critico che abbia cercato di richiamare la letteratura al suo ambito naturale … che è quello di soffermarsi sull’unicità e la particolarità insite nella natura umana, nel destino dell’umanità”, con la coscienza che “la letteratura rappresenta una alta sfida intellettuale” e quando si passa per letteratura una scrittura giornalistica si tratta solo di “una maschera” che nasconde la crisi della letteratura stessa. Anche se una macchina riuscisse, come già qualcosa indica che potrebbe accadere (sottolinea nel 1963!), a “raccontarci le esperienze di un nuovo Raskol’nikov o di una moderna Bovary, questo non sopprimerebbe l’interesse circa lo stato della nostra immaginazione e del suo antico strumento: la penna, la scrittura”. Detto questo, per Singer, lo scrittore col suo talento deve “lottare contro la banalità che si presenta sotto le insegne dell’originalità”, pur sapendo che l’arte ci insegna proprio che “in principio ci fu l’eccezione”. Allo stesso modo deve evitare di scrivere per sé, “giustificazione di chi non ha nulla di cui scrivere” o presumere che “l’epoca del godimento estetico sia finita e gli artisti possano permettersi di annoiare il pubblico”. Lo scrittore deve essere forte della coscienza che l’arte è dotata di una forza che nessuno potrà contrastare nel suo “andare al cuore delle cose, a toccare la sostanza dell’essere e della creazione”: “Le nostre speranze – conclude il saggio ‘A cosa serve la letteratura?’ – sono strettamente connesse con tutte le stelle, con tutte le galassie del cosmo. Se l’universo è un incidente, lo siamo anche noi. Se l’universo ha un senso, lo abbiamo anche noi. È questo il messaggio della religione e dell’arte”.
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