Il Governo cerca di arginare la crisi dell’ex Ilva e mette sul piatto 200 milioni. Uno stanziamento annunciato al termine di un consiglio dei ministri in cui sono stati affrontati, oltre ad alcuni temi legati al fisco, le soluzioni per le crisi industriali ‘significative’ e tra queste i nodi appunto del siderurgico più grande d’Europa. Per scioglierli bisognava fornire nuova liquidità e risorse necessarie a coprire costi crescenti legati al drastico calo della produzione dopo l’incendio che ha fermato l’altoforno 1 di Taranto.
Nel decreto è contenuta anche una norma che consente l’ingresso di altri investitori privati nella società Dri, con la quale Invitalia partecipa al controllo della società, per rafforzarne il capitale (ora pari ad un miliardo di euro) per gestire le opere con la società privata che acquisterà la società ex Ilva. Viene poi istituito un commissario per la concessione delle autorizzazioni “nel caso di significativi investimenti esteri” e la “possibilità per la regione di utilizzare i residui di bilancio per l’indotto”, come ha spiegato il ministro per le imprese ed il made in Italy, Adolfo Urso. E’ stata decisa anche la “proroga di quanto già previsto nel primo decreto Ilva: la possibilità per la Regione di utilizzare i residui di bilancio per il supporto all’indotto siderurgico.
La norma era già stata inserita su richiesta dalla Regione Puglia nel precedente provvedimento e poi non era stata utilizzata”, ha detto Urso spiegando come “la Regione ci ha chiesto di prorogare questa opportunità affinché possa utilizzare in questa fase le risorse a sua disposizione per supportare l’indotto che subisce l’impatto, tra l’altro, della decisione della Procura della Repubblica di sequestrare l’altoforno”.
Insieme con il siderurgico il Governo ha affrontato anche altre tre crisi industriali importanti, quella della Beko, e quelle La Perla e del siderurgico di Piombino. L’intervento deciso in consiglio “è erga omnes: riguarda altri casi, ma siamo partiti da questi tre”, spiega sempre Urso. Tra l’altro per le “aree di crisi complessa” la ministra del lavoro Elvira Calderone ha spiegato che sono state introdotte norme che aggiornano gli ammortizzatori unici ‘per renderli più moderni’, non validi per una sola azienda, anche se si parte dall’esperienza del siderurgico di Piombino.
Su Beko, ha detto Urso, “abbiamo raggiunto un’intesa tra azienda, sindacati ma c’era la necessità di chiudere l’accordo con una misura di ammortizzatore sociale da adottare anche negli altri casi che dovessero verificarsi”. Poi c’era l’esigenza di tutelare “le lavoratrici e i lavoratori di La Perla: un caso chiuso nel migliore dei modi, con un investitore straniero e la norma consente di chiudere il cerchio, cioè di garantire la cassa integrazione alla lavoratrici e ai lavoratori di La Perla nella fase in cui il soggetto acquirente acquisisce lo stabilimento e può realizzare il piano di rilancio”. Una norma successiva “riguarda i casi di crisi complessa come quello di Piombino con cassaintegrati da oltre 10 anni a cui abbiamo dato una soluzione, una prospettiva molto importante con i due interventi di Jindal per l’ammodernamento del treno rotaie e di Metinvest per la realizzazione di due forni elettrici con un investimento di Metinvest pari a oltre 2,5 miliardi”.
Tornando alla crisi più complessa, quella di Taranto, l’accordo di programma per il siderurgico – ritenuto indispensabile per ottenere la nuova Aia e procedere alla transizione industriale – è ancora in attesa di adesione formale da parte del Comune di Taranto e della Regione Puglia.
Ora si attenderà la risposta del nuovo sindaco di centrosinistra Piero Bitetti e della sua amministrazione in merito alle autorizzazioni necessarie per l’eventuale approdo della nave rigassificatrice e la realizzazione del desalinizzatore. Solo con il via libera degli enti locali, aveva spiegato Urso nei giorni scorsi, si potrà attuare il piano che prevede la decarbonizzazione completa in 12 anni, con tre forni elettrici e un impianto di Dri (preridotto di ferro).
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