L’appuntamento è sulla terrazza dell’Hotel Cavalieri Hilton di Roma, sulla collina di Monte Mario, che domina la città. Il panorama è tra i più celebri “interni” della nostra musica. Anzi, facciamo pure il più celebre: lo scatto che ritrae la capitale vista da lì è all’interno dell’edizione originale di La vita è adesso di Claudio Baglioni, l’album più venduto di sempre della storia della musica italiana, un milione e mezzo di copie solo nell’anno d’uscita, il 1985, con svariati record in classifica, e poi altre tre milioni fino a oggi. Chissà quanti l’hanno visto. Quarant’anni dopo, Baglioni, che oggi ha 74 anni, lo festeggia con una nuova versione intitolata La vita è adesso, il sogno è sempre: cambiano gli arrangiamenti, le voci sono state incise di nuovo, «ho aggiustato qualche sfumatura», ma le canzoni, quelle che hanno segnato un’epoca, stanno ancora lì. «Non volevo che fosse una commemorazione, semmai una prova dello scorrere degli eventi», racconta il cantautore romano. Per questo, per esempio, l’iconica copertina che lo ritraeva in primo piano, tra le altre, è stata scattata di nuovo, oggi. Sempre da Toni Thorimbert. I segni del tempo che passa. Come si dice: la vita è adesso.
E i luoghi, soprattutto, parlano. Avrebbe dovuto intitolarsi Un bar sulla città, i suoi testi nacquero per lo più sui tavoli del Bar Zodiaco, un locale di fianco all’hotel in questione. Oggi non esiste più. Ma sbaglia chi pensa che le varie Uomini persi, Tutto il calcio minuto per minuto e la stessa La vita è adesso, per dire, siano nate da uno stato di grazia. «La verità è che ero in piena crisi creativa», ricorda ancora Baglioni. Così, per scacciare i demoni, alzò l’asticella, inventandosi questa sorta di concept album su una città, appunto, vista da un bar. «Lo spunto venne da un vecchio film anni Sessanta, di quelli che si aprivano con una grande panoramica e poi, da lì, cominciavano a raccontare le singole storie dei protagonisti». Da vicino nessuno è normale, ma anche da lontano non si scherza. «Avevo bisogno di una visione d’insieme per poter mettere a fuoco le singole storie. Comincia a guardarmi intorno proprio dal bar: le coppiette, la gente che usciva dal lavoro, Roma». Ne viene fuori un racconto corale degli anni Ottanta italiani, attraverso dieci canzoni – ora undici, ha aggiunto il semi-inedito Il sogno è sempre per l’occasione – su altrettanti spaccati di vita quotidiana, distribuiti lungo una giornata che, con le sue fasi, copre quelle della vita stessa, dal giorno alla notte, dalla gioventù alla vecchiaia. Quadretti, storie di ordinaria malinconia.
Oggi è universalmente riconosciuto come un capolavoro, quello che elevò Baglioni al rango di tanti grandi, dopo aver passato gli anni Sessanta a mangiare la polvere in termini di riconoscimento – erano i tempi dei cantautori politicamente impegnati e lui, che invece cantava d’amore, era derubricato ad artista di serie B. Eppure. «Eppure quando lo ascoltai, di ritorno da Londra, dove l’avevo inciso, pensai di aver fatto un disco orrendo». In effetti, ed è sorprendente, La vita è adesso non ha una vocazione popolare: è zeppo di parole perfino più della media, di per sé già altissima, degli altri dischi di Baglioni, al punto che i ritornelli, mai facili, non si ripetono neanche, aggiornandosi di strofa in strofa a nuovi versi. Assurdo. «Anche per questo», confessa, «non mi sono mai spiegato il suo successo».
Ci si prova: probabilmente seppe cogliere lo spirito del tempo, più prosaicamente, specie all’inizio, fu questione di hype prima dell’hype. I negozi di dischi avevano affisso dei cartelli con su scritto: finalmente è uscito il nuovo disco di Baglioni. «Non ne venivo più a capo, l’album precedente, Strada facendo, era addirittura del 1981. Fu una lavorazione lunga e tortuosa. Ma me lo sentivo, che il 1985 sarebbe stato un anno speciale. A gennaio, in un Fantastico di Pippo Baudo, la mia Questo piccolo grande amore venne eletta “canzone del secolo” in un sondaggio popolare. Quella sera uscii di casa per portare fuori i cani e sentivo che qualcosa di grande, di lì a poco, sarebbe successo». Oggi gran parte di quei quadretti provengono, di fatto, da un altro mondo. «Ma non è vero», conclude, «che si stava meglio. Certo, c’era una realtà intorno a noi che valeva la pena raccontare, come in questo caso. Oggi mi sembra tutto meno interessante e le canzoni, più arrovellate su sé stesse e i loro autori, lo dimostrano».
Questa nuova versione è quella con cui Baglioni, s’intende, punta a comprarsi il suo «passaporto per il futuro». È un progetto ampio, inserito nei «mille giorni» che ha messo in conto prima di dare l’addio alle scene, che scadrebbero a febbraio 2027. «Ma per tutte le idee che ho ancora, sta diventando una corsa contro il tempo. Ma mi ritirerò davvero». Oltre al vecchio, nuovo disco – in cui è cambiato davvero tutto, compresa la foto dell’interno, che ora ritrae i Forum Studios di Roma, dove ha registrato questa nuova versione – qui c’è anche un libro da collezione con le illustrazioni di Emiliano Ponzi, ispirate proprio ai versi di Baglioni. E i nuovi arrangiamenti, pur prestando il fianco al tempo, sono carne viva, pensata appositamente per i live.
Il 27 settembre, infatti, ci sarà un’anteprima del tour a Lampedusa. Poi, quaranta date – ancora da annunciare – per l’estate del 2026. «Suonerò in tutta Italia, specie nei posti dall’alto valore simbolico e archeologico. Voglio intenderlo come un Gran Tour ottocentesco, un modo per tornare nei luoghi che hanno definito l’identità del nostro paese e per vivermelo davvero». Come cantava proprio quarant’anni fa, «Nel vecchio albergo della terra, ognuno in una stanza». «Ormai nei tour siamo confinati negli hotel, ma con questo giro voglio tornare all’avventura». Un messaggio, non fosse chiaro: la vita è adesso, altroché.

