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    DOVE People. CocoRosie: “Siamo nomadi creative”

    admin5698By admin56984 Giugno 2025Nessun commento6 Minuti di lettura
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    DOVE People. CocoRosie: "Siamo nomadi creative"
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    Sono cresciute trasferendosi da uno stato all’altro degli Stati Uniti come due piccole nomadi: e così hanno trasformato il loro sradicamento in un’estetica, il viaggio continuo in un’epopea dei sentimenti. Bianca Casady e la sorella Sierra sono le CocoRosie, una delle band più audaci e sperimentali nel panorama musicale alternativo. Dal loro debutto nel 2004 con La Maison de Mon Rêve hanno intrecciato folk, hip-hop, opera e suoni pescati in un arazzo sonoro che sfida ogni categorizzazione. Nell’attesa di vederle dal vivo nella loro seconda casa, l’Italia, dove si esibiranno il 28 maggio a Trieste, il 30 a Milano, il 28 luglio a Roma, l’1 agosto a Genova e l’8 agosto a Palermo, incontriamo Bianca, appena arrivata a Parigi, la città che ha segnato l’inizio della loro collaborazione musicale e che è diventata un punto fermo nella loro cartografia emotiva e creativa.

    Parigi sembra occupare un posto speciale nel vostro firmamento creativo. È un ritorno alle origini?
    «Assolutamente. È qui che abbiamo iniziato a creare le nostre prime canzoni con Sierra. Parigi occupa sempre un posto speciale nei nostri cuori ed è uno dei luoghi in cui ci sentiamo quasi a casa, soprattutto con il nostro gruppo. È la culla della nostra identità musicale».

    La vostra definizione di “casa” sembra fluida. Quali altri luoghi hanno plasmato la vostra musica?
    «Il sud della Francia è stato fondamentale per noi. La Camargue in particolare, con i suoi cavalli bianchi e le spiagge che si estendono per chilometri. La spiaggia Est di Saint-Marie-de-la-Mer è incredibilmente selvaggia, popolata di uccelli e natura incontaminata. Durante la pandemia, mentre il mondo era confinato, io ero lì, immersa in quel paesaggio primordiale. Una fortuna sfacciata, lo riconosco»

    C’è un viaggio che ha ispirato il vostro recente lavoro?
    «Non direttamente, ma quando ho rivisto Sierra dopo la pandemia. Abbiamo composto Witch Hunt, un brano che porta con sé quella frustrazione e intensità che pervadeva il mondo. È come se avessi assorbito la quiete selvaggia della Camargue per poi espellere la tensione accumulata attraverso la musica».

    L’ultimo album delle CocoRosie, Little Death Wishes. La band sarà in tournée in Italia da maggio ad agosto.

    Come influisce tutto questo vagabondare sulla vostra creazione artistica?
    «Ci sentiamo perennemente straniere in terra straniera, persino negli Stati Uniti. È una condizione che abbiamo ereditato da nostra madre, un’artista che trasferiva intrepidamente il suo studio d’arte da un continente all’altro. Per lei, come per noi ora, lo studio era più importante del concetto di focolare. La casa è dove possiamo creare, non necessariamente dove appendiamo i cappotti».

    Come vivevate negli anni degli esodi creativi di vostra madre?
    «Non eravamo una famiglia benestante. Inizialmente nostra madre insegnava nelle scuole Rudolf Steiner sparse per il mondo. Aveva quattro figli, nessun marito e pochissimi soldi e si trasferiva ovunque trovasse un nuovo impiego come insegnante: io sono nata alle Hawaii, Sierra in Iowa, per dire. Poi abbiamo abitato in Texas, Arizona, California, New Mexico e io, per qualche tempo, a Brooklyn, New York. Quando avevo circa dieci anni mia madre iniziò a dedicarsi all’arte, assumendosi rischi enormi ma ottenendo un discreto successo come pittrice. Quando eravamo adolescenti i suoi quadri cominciarono a vendersi bene, permettendole gesti grandiosi, come trasferire il suo studio in Italia. Viveva davvero per la sua arte e per l’esperienza romantica della vita».

    Questa precarietà ha plasmato il vostro approccio alla musica?
    «Indubbiamente. Quando il progetto CocoRosie è decollato, i nostri vent’anni sono stati caratterizzati da tournée incessanti. Il viaggio è diventato sia mezzo di sostentamento che fonte d’ispirazione. La precarietà si è trasformata in libertà creativa».

    Una delle vostre prime esperienze formative all’estero è stata a Spoleto. Come mai siete capitate in Umbria?
    «Sierra studiava canto classico e frequentava un programma estivo a Spoleto. Avevo 15 anni quando mia madre e io decidemmo di raggiungerla. Era la prima volta che uscivo dagli Stati Uniti. Partimmo con 10.000 dollari in contanti, tutto ciò che mia madre possedeva e che aveva guadagnato vendendo alcuni dei suoi primi dipinti. Non avevamo la minima idea di cosa stessimo facendo! All’epoca c’era ancora la lira e il cambio favorevole ci fece sentire improvvisamente ricche. Affittammo un appartamento antico con affreschi sui muri in via di Fontesecca, nel cuore della città vecchia. Io avevo già abbandonato la scuola e vagavo per la città scattando fotografie mentre Sierra prendeva il treno per Roma per lezioni di canto operistico con un maestro piuttosto severo. Mia madre ed io ci abbandonavamo a un’esistenza bohémienne, bevendo vino a metà giornata e vivendo esperienze completamente nuove. Era come un sogno ad occhi aperti».

    Vostra madre era interessata alla storia di San Francesco. La spiritualità umbra ha influenzato la vostra estetica?
    «Mia madre era profondamente affascinata dalla mitologia spirituale di San Francesco. Durante i nostri soggiorni a Spoleto vagavamo spesso per le colline umbre. C’è qualcosa di mistico in quei paesaggi, che si è infiltrato nel nostro immaginario collettivo. Mia madre cercava luoghi con una risonanza spirituale particolare e l’Umbria rappresentava per lei una sorta di meridiano energetico. Quella ricerca di connessione con qualcosa di più grande si riflette ancora oggi nelle nostre composizioni, in quella tensione tra il terreno e l’etereo».

    Per lei la creazione musicale era una sorta di “viaggio senza movimento”. È ancora così?
    «Oggi penso più al viaggio nel tempo. La nostra musica esplora diversi momenti storici, mescolandoli e ricombinandoli tra loro. C’è anche un elemento cinematografico: le nostre canzoni si svolgono in paesaggi immaginari, talvolta ancorati a luoghi reali, altre volte completamente onirici. In un mondo così complesso creare universi alternativi diventa quasi un atto di sopravvivenza».

    Il suo rapporto con Sierra, che è sia sua sorella sia partner creativa, deve essere complesso…
    «Sì, c’è il buono e il male. È un rapporto unico perché siamo in questa band dall’inizio della nostra vita adulta. È profondo e complicato perché condividiamo il nostro lavoro. È come un matrimonio. Abbiamo attraversato momenti difficili, persino violenti anni fa. Siamo molto vicine di età e abbiamo vissuto insieme esperienze formative fondamentali. Mantenere questa relazione richiede un esercizio consapevole di introspezione. Ma ci ha dato anche infinite opportunità di conoscere noi stesse. E ci siamo divertite enormemente».

    Come vi siete preparate per il vostro tour in Italia?
    «Non posso rivelare esattamente cosa accadrà. Ma siamo entusiaste di tornare in viaggio e particolarmente emozionate per le tappe italiane. C’è sempre qualcosa di speciale nel tornare in luoghi con cui abbiamo una connessione spirituale così profonda».

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    Dove Viaggi ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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